“C’era una volta Firenze con le mura”, intervista a Luciano e Ricciardo Artusi

In occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano e Ricciardo Artusi, intitolato “C’era una volta Firenze con le mura”, abbiamo intervistato i due autori addentrandoci nella storia di una Firenze ottocentesca, prima dei lavori che la portarono a diventare Capitale d’Italia, alla ricerca di quell’atmosfera legata ai vicoli e alle storie di una città autentica custodita ancora dalle sue vecchie mura.

Continua il progetto editoriale legato alla riscoperta storica di Firenze, la scorsa volta ci siamo incontrati per parlare dei volumi sulle piazze fiorentine, in questo caso “Firenze con le mura”. Come prima domanda appunto, che città era Firenze con le mura?
R
: Sicuramente più bella. Posso dire che oggi ci viene offerta quasi un’immagine nostalgica di una città racchiusa, protetta   e   coccolata   da   questa   grande   muraglia.   Quando   mi   trovo   in   altre   città   come Monteriggioni, Siena, Lucca o Montagnana in provincia di Padova, le mura che vedo mi trasmettono come un’idea di protezione, di conservazione e devo dire la verità, provo un po’ d’invidia per queste città.

Nel libro definite le mura di Firenze come un materno abbraccio, la domanda che nasce spontanea ci porta a chiedere, come sarebbe oggi Firenze se avesse ancora la sua cerchia muraria trecentesca?
R
: Se guardiamo bene le piantine storiche della città di quell’epoca, vediamo che all’esterno della cerchia muraria erano praticamente tutti campi e orti destinati alle coltivazioni. Partendo proprio da questo dato oggettivo, i famosi viali alla francese, che si volevano creare in occasione di Firenze Capitale d’Italia, potevano benissimo essere realizzati all’esterno della città, senza necessariamente incidere sull’opera muraria così bella, così consistente e importante.

Un libro che, come specificato nelle prime pagine, vuole “essere più un atto di fede che di narrazione”.
L
: Si, anche perché tutto sommato l’abbattimento delle mura non fu altro che una speculazione edilizia. Visto a posteriori lo si avverte bene: dovevano nascere il quartiere delle Cure, quello di Barbano, l’altro intorno all’odierna piazza Savonarola, così come le case nella zona di via della Mattonaia e del Giardino d’Azeglio. Pertanto possiamo tranquillamente pensare e dedurre che in gran parte le pietre dell’abbattuta cinta muraria furono riutilizzate per la creazione dei palazzi di quei nuovi quartieri. L’ampiezza di 40 metri di cui i viali necessitavano, poteva essere anche molto maggiore se questi fossero stati realizzati fuori le mura. Se poi c’era la volontà di far comunicare le strade più importanti alle nuove periferie, sarebbe bastato eseguire delle “brecciature” sulle stesse mura per ottenere quel risultato. Ricordiamo che la cerchia difensiva era considerata tra le più resistenti e le più interessanti d’Europa, fatta non a caso da Arnolfo di Cambio.

R: La costruzione dei nuovi quartieri come le Cure, avvenne nelle zone dove si trovavano sparse le case dei “funaioli” e dei “lavandai” o, meglio, “curandai”, che si occupavano principalmente della sbiancatura delle pezze di lino. Un lavoro che veniva eseguito con il “ranno”, che altro non era che acqua piovana riscaldata e filtrata attraverso uno strato di cenere, paragonabile all’uso dell’attuale candeggina. Il lavoro veniva eseguito principalmente dalle donne, le “curandaie”, dette Cure da cui prese il nome uno dei nuovi quartieri.

Con l’abbattimento delle mura scomparvero anche le torri rompi-tratto e alcune porte d’ingresso.
L
: Si deve pensare che ci vollero quattro anni per buttarle giù (dal 1865 al 1869) e non bastò semplicemente il piccone e tanta buona volontà; la muraglia era talmente solida che si dovette ricorrere alla dinamite. Le cariche venivano fatte esplodere la mattina dalle 3:00 alle 6:00, ma ci furono delle grosse lamentele a rigurado, specialmente perché nella zona delle porte d’accesso fino dalle prime ore del giorno si affollavano contadini, ortolani e lattai per entrare in città con i loro prodotti. L’orario protratto fino alle 6:00, specialmente d’estate era diventato pericoloso. Si decise così di fare detonare le cariche soltanto dalle 3:00 alle 4:00 del mattino.

Le torri che furono abbattute, non erano semplici strutture difensive, ingressi in città, ma ospitavano nel loro complesso anche i magazzini dei fuochisti pirotecnici e alcune ghiacciaie addossate alla muraglia, specialmente nella parte a Nord della città dove rimane ancora il toponimo “via delle Ghiacciaie”.
L
: Ai fuochisti che avevano i loro laboratori nelle torri rompi-tratto, era fatto divieto di esercitare le prove dei loro “fuochi d’allegrezza” lungo le mura o nella torre stessa. Le prove erano consentite solamente all’interno della Fortezza da Basso, dove potevano usufruire di spazi più ampi e ridurre i rischi del mestiere.

A proposito della Fortezza da Basso, dobbiamo dire che nel suo perimetro fu inglobata la vecchia Porta Faenza, che ancora possiamo vedere; destino diverso fu purtroppo riservato alla Porta a Pinti, a Porta della Giustizia e al Torrino del Maglio. Nel libro, attraverso le loro foto d’archivio si possono vedere come erano ben strutturate questi luoghi.
L
: Le porte erano davvero bellissime. Molte fortunatamente le possiamo ancora osservare dall’esterno e frequentare, visitandole internamente grazie ai recenti restauri e la necessaria messa in sicurezza, come nel caso di Porta San Frediano e Porta San Niccolò. Le   Porte   che   vediamo, all’infuori di Porta San Niccolò, sono   state   nel   corso   della storia “scapitozzate”, ovvero ribassate. Il motivo fu meramente strategico perché a seguito dell’utilizzo militare della polvere da sparo, con il conseguente l’utilizzo delle artiglierie, i nemici avrebbero potuto colpire la parte alta della torre, le cui macerie una volta cadute a terra potevano essere utilizzate dalla fanteria assediante, quale scala per entrare in città. L’abbassamento portò anche creazione delle “troniere” coperte da tettoie, vere e proprie postazioni d’artiglieria a difesa delle mura.

R: Voglio svelarvi una piccola curiosità, a cui non so se avete mai prestato attenzione. All’esterno delle porte, generalmente ai lati, si trovavano nella parte alta realizzati come una sorta di piccole edicole che ospitavano ognuna un leone: uno a destra e uno a sinistra. Un esempio si può ancora notare su Porta San Gallo. Un leone in stato pacifico e l’altro in atteggiamento aggressivo, che volevano essere un monito, un avvertimento molto chiaro ai forestieri che entravano in città: “Se vieni in pace, avrai la pace. Se invece vieni con ostilità troverai la guerra”.

Sull’abbattimento delle mura ci fu all’epoca da parte di alcuni cittadini anche una sorta di “protesta” giusto?
R
: Ebbene sì, una protesta che non venne solo dai fiorentini, ma persino dalle comunità estere e soprattutto da quella inglese presente a Firenze. Quando l’architetto Poggi intervenne per l’abbattimento di Mercato Vecchio e del Ghetto, la zona nei pressi dell’attuale Piazza della Repubblica per capirci, si mossero con determinazione proprio a tutela di quel patrimonio storico che stava scomparendo.

L: Una protesta che seppur non andò a buon fine, non fu del tutto inutile. Questo perché nonostante l’acquisto da parte del Comune del Palagio di Parte Guelfa, del Palazzo Giandonati e Palazzo Canacci, comprati per essere abbattuti per far proseguire il nuovo loggiato fino a Ponte Vecchio, visto il malcontento che si faceva sempre più evidente e la fine delle sovvenzioni, furono fortunatamente salvati da un ingrato destino. Cosa che ahimè non avvenne per Mercato Vecchio, il Ghetto e le mura, in quel dedalo di stradine e piazzette dell’antico centro, dove le botteghe dei commercianti e degli artigiani, fungevano anche da abitazioni degli stessi. Non a caso il famoso detto “uscio e bottega” prende origine proprio da quel tipo di abitazione in cui allo stesso tempo di entrava per lavorare dalla stessa porta.

Dalle “Mura” alle “Porte”, passando per le “Torri” per arrivare poi alle “Chiavi” della città. Non a caso ai nostri tempi due importanti riconoscimenti cittadini sono appunto il conferimento della copia delle chiavi di Firenze e la consegna del “Fiorino d’oro”, moneta un tempo coniata nella Torre della Zecca.
R
: Il fiorino veniva battuto con il “maglio” mosso dalla corrente dell’Arno nella Torre della Zecca Vecchia e le chiavi della città adesso conservate nelle tre bolgette di cuoio recentemente ritrovate. Si parla nel libro di come furono ritrovate quelle chiavi.

L: Fu un episodio per cui ancora oggi mi piace pensare, che le cose dovevano andare esattamente in quel modo, come quando si dice che un qualcosa deve succedere e allora si spalancano tutte le porte, giusto per rimanere in tema. Successe tutto per caso, quando un tamburino del Calcio Storico Fiorentino, in arte artigiano di una ditta di argenteria dell’Oltrarno, mi chiese dove potesse trovare un campione di una chiave di una porta della città per riprodurlo, visto il successo avuto con una chiave analoga, del Palazzo del Doge a Venezia. Consigliai di andare al Museo del Bargello per consultare la collezione di monete, medaglie e oggetti storici, sicuro che li avrebbe trovato ciò che cercava, ma non fu così. Mosso a curiosità mi recai personalmente per chiedere informazioni e mi meravigliò venire a conoscenza che nonostante tutte le porte di Firenze, ognuna delle quali serrata e aperta con quattro chiavi, non ne fosse presente neanche una. La ricerca proseguì a tal punto che   un   giorno, in   Palazzo   Vecchio, nell’anticamera del Sindaco parlai di questa   vicenda al capo del Cerimoniale. Confrontandoci, entrambi delusi dell’esito negativo a cui stava portando la ricerca, venne però fuori una lettera scritta dall’Inghilterra che ci informava di come in un legato testamentario, emergesse la volontà del defunto, di donare al Comune proprio le chiavi della Porta San Gallo, precedentemente comprate ad un’asta a Londra. La lettera scritta dal nipote del proprietario, ci permise di metterci in contatto con lui e organizzare una bellissima cerimonia di consegna delle chiavi nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, facendole così tornare a casa. Fu questione poi di pochi anni, che furono ritrovate per comparazione anche le bolgette con le altre chiavi di Porta San Frediano e Porta Romana.

Tante sono le curiosità che vengono fuori anche sugli edifici, in questa narrazione di Firenze con le mura.
R
: Uno di questi è proprio il palazzo all’inizio di Viale Mazzini, che ospita oggi un istituto di credito, la cui storia recente è invece legata alla vecchia Firenze. Da piccoli vedendo questa grande villa abbandonata un po’ impauriti, l’avevamo infatti battezzata la villa degli spiriti. Nel tempo, crescendo e cercando informazioni su questo palazzo edificato su di una breve collinetta è venuto fuori che a Firenze, quando le esecuzioni si spostarono da Porta della Giustizia a Porta la Croce, quello era esattamente il luogo disegnato sulla pianta della città dal Buonsignori, dove si vede il patibolo con il capestro destinato ai condannati. Singolare e misteriosa è la storia dell’abbandono dell’edificio costruito nell’Ottocento, per cui nessuno è a conoscenza di come mai sia rimasto a lungo disabitato prima del recente restauro. Probabilmente le presenze di tanti condannati si erano fatte sentire.

Per chiudere la nostra chiacchierata, nelle prime pagine del libro si legge un augurio che fate al lettore…
L
: “Al lettore auguriamo sempre di viaggiare con il vento in poppa, ovvero con la fortuna dalla sua parte: simbolo di buon auspicio, ben rappresentato da un veliero con le vele gonfiate dal vento”. Una dedica non a caso, specie per un Fiorentino, che rimanda a Cosimo I de’ Medici di cui quest’anno si celebrano i 500 anni dalla nascita. Il suo emblema raffigurato da una tartaruga con una vela gonfia di vento posta sul suo carapace rappresenta la Festina lente, ovvero il motto “affrettati lentamente”, volendo alludere alle fondamentali doti del sovrano: la prontezza nelle decisioni, unita all’opportuna prudenza. Infatti l’impresa mette a contrasto la notoria flemma e lentezza della tartaruga, con il simbolo della dinamicità espressa dalla vela rigonfia di vento. L’augurio ai lettori è proprio quello di poter procedere sempre a gonfie vele, ma anche con una certa lentezza ben ragionata.

Intervista a cura di Simone Teschioni ©LeVentoNews.com
Fotografie d’epoca su dipinti di Fabio Borbottoni

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...