Massimo Popolizio e Umberto Orsini nei panni di Heisenberg e Bohr, nello spettacolo “Copenaghen”

Era il 1941 quando il fisico tedesco Karl Werner Heisenberg si presentò a Copenaghen a casa del suo maestro Niels Bohr. Il dialogo tra i due rimane ancora oggi un mistero, ma molte probabilmente furono le possibili implicazioni politiche, oggetto delle parole che si scambiarono tra loro i due studiosi, essendo Heisenberg (Massimo Popolizio) coinvolto nelle sue ricerche scientifiche a fianco della Germania nazista e Bohr (Umberto Orsini) schierato invece sul fronte opposto, date le sue lontane origini ebraiche. Cosa spinse Heisenberg a raggiungere in una Danimarca occupata dalla truppe tedesche, la casa del proprio amico? Forse un’offerta di collaborazione che avrebbe garantito a Bohr un salvacondotto, oppure mosso a coscienza, una confidenza sul programma militare nucleare tedesco, nell’intento di rallentarne lo sviluppo, evitando così possibili esiti catastrofici?
Le incertezze che nascono da queste domande, sono il perno intorno al quale ruota la trama di questa pièce di Michael Frayn, in programma al Teatro della Pergola di Firenze fino a domenica 13 gennaio 2019, diretta alla regia da Mauro Avogadro, nella traduzione italiana di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi. Un dubbio che prende forma e si sviluppa tra formule, “indeterminazione” e “complementarietà”, tra ricordi e rimproveri in una scenografia cupa, circondata da grandi lavagne nere, che proietta lo spettatore come al centro di un aula universitaria, in cui si cerca di far luce su quel lontano pomeriggio, che vide i due fisici protagonisti. “Ha un fisico teorico il diritto morale di lavorare allo sfruttamento pratico dell’energia atomica?“. Ad ogni interpretazione data dai due al quesito, la domanda si ripresenta sempre più imperante davanti agli occhi di Margrethe (Giuliana Lojodice), giudice e arbitro del confronto tra il marito e il suo ex allievo, ma anche confessore ed elemento stabilizzante delle particelle Bohr e Heisenberg. Un’intrigo che come un labirinto senza via d’uscita si snoda tra passato e futuro, portando con sé solo risposte generiche ed astratte, all’indomani della scoperta della teoria della relatività di Einstein e dello scoppio della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki.

I nostri figli e i figli dei nostri figli. Salvati forse, da quell’unico breve istante a Copenaghen. Da un qualche evento che non sarà mai esattamente individuato o definito. Da quel nucleo finale di indeterminazione che sta nel cuore delle cose“.

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Testo a cura di Simone Teschioni
©LeVentoNews.com

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