“Da Magritte a Duchamp” il grande surrealismo francese trova casa a Palazzo Blu

Il grande surrealismo francese del Centre Pompidou di Parigi, trova casa a Pisa nelle sale di Palazzo Blu grazie alla mostra “Da Magritte a Duchamp”, in programma fino al 17 febbraio 2019. Oltre centocinquanta opere, veri capolavori della pittura che dal 1929, anno in cui André Breton pubblica sulla rivista “Révolution Surréaliste” il “Secondo manifesto surrealista“, ripercorrono i primi anni del movimento segnato da artisti del calibro di Magritte, Duchamp, Dalì, Man Ray, Giorgio De Chirico, Joan Mirò e Pablo Picasso. Fucina di avanguardie il 1929 fu un anno veramente ricco di novità per il mondo dell’arte, che vide nella città di Parigi, il terreno fertile in cui coltivare un nuovo linguaggio artistico, caratterizzato da un’elevata creatività, genio e una scintilla di follia, propria degli artisti surrealisti. Disegni, collage, fotografie d’autore e documenti d’archivio, accompagnano in mostra i quadri dei pittori di riferimento del movimento, organizzati in un percorso di dieci sale che permettono al visitatore di confrontarsi con alcune delle opere simbolo degli anni tra il 1927 e il 1935, tra cui “Le double secret” di Magritte, scelto come icona della mostra.

La mostra si apre con la grande fotografia di Brassaï, che insieme al saggio di André Breton “Manifeste du Surréalisme” del 1928 inquadrano e mettono bene a fuoco l’ambiente parigino nel quale il movimento è nato, introducendo così a quegli autori che sempre nel 1928, tra cui Arp, De Chirico, Ernst, Mirò, Picabia e Man Ray, furono i protagonisti della mostra intitolata “La peinture surréaliste existe-elle?“. La seconda sala dedicata all’eredità dadaista, il cui spirito viene fatto proprio dal surrealismo, svela capolavori di Picabia e Man Ray, tra cui emerge la celebre “Gioconda” di Marcel Duchamp, arricchita a matita dall’artista da baffi e pizzetto e dalla scritta “L.H.O.O.Q.” , con cui l’artista si prende gioco dell’opera originale, dando all’immagine di Monna Lisa una chiave di lettura totalmente ironica. Sono anni di grande produzione artistica in Francia ed è proprio nella primavera del 1929 che Salvador Dalì si trasferisce a Parigi insieme all’amico regista Luis Buñel, con cui nel giugno del 1929 collabora al film “Un chien andalou“, uno dei primi esempi di cinema surrealista, riprodotto in mostra a fianco delle opere del pittore catalano. Nella sala dedicata all’artista di Figueres, troviamo insieme ad “Oggetto scatologico a funzionamento simbolico“, tre dipinti che celebrano il genio di Dalì nel periodo iniziale della sua creazione surrealista. Opere come “Dormeuse, chaval, lion invisibles” del 1930, “Hallucination partielle. Six images de Lénine” del 1931 e “L’Âne pourri” del 1928, sono classici esempi di come la paranoia e la psicanalisi, come tracciato dallo stesso artista nel suo saggio pubblicato sulla rivista “Le Surréallisme au service de la révolution“, si mettono a servizio dell’arte creando e ottenendo da una sola figura più immagini, fino ad una lettura definitiva dei soggetti raffigurati, in cui l’unico limite è dato dall’inconscio dell’individuo.
Al surrealismo francese confluisce anche il belga René Magritte, che troviamo qui in mostra nella sala dedicata alla rivista “Variétés. Revue mensuelle illustrée de l’espirit contemporain” fondata a Bruxelles nel 1928, con la bellezza di quattro opere significative di cui tre precedenti e una cronologicamente successiva alla pubblicazione del numero speciale di “Varietés – Le Surréalisme en 1929“. E’ esattamente con la pubblicazione di questo numero speciale della rivista, che Breton e compagni vengono accettati dai contemporanei belgi, che precedentemente definivano il surrealismo francese solo una mera continuazione del dadaismo e per questo poco degno di considerazione.

Salendo nelle ultime stanze della mostra, troviamo tra le opere esposte insieme alle sculture di Alberto Giacometti, anche le tele di Pablo Picasso come “Femme dans un fauteuil” del 1927 e “L’Atelier” di proprietà del Centre Pompidou, eseguita tra il 1928 e il 1929 nel mentre il pittore era impegnato nella realizzazione del progetto per il monumento omaggio a Guillaume Apollinaire. Emerge così un surrealismo composto da più volti, idee e personalità che spazia dalla scultura, alla pittura, passando anche per la fotografia fino a sfociare dall’arte, all’erotismo. Un movimento visionario che adotta lo spirito della “Chimera” di Max Ernest come proprio spirito guida, animale mitologico evocativo di una “immaginazione vana” come illustrato dallo stesso Didier Ottinger, curatore dell’esposizione, capace di traghettare il movimento attraverso la psiche e il sogno, condizionando profondamente dal 1929 l’intera storia dell’arte.

Testo, foto e servizio video a cura di Simone Teschioni
©LeVentoNews.com

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