L’odio e l’amore di Vasari per gli artisti della maniera bolognese

“D’odio e d’amore” è il titolo della mostra ospitata presso la sala Edoardo Detti delle Gallerie degli Uffizi, che fino al 2 dicembre 2018 mette in luce i rapporti di Giorgio Vasari con la pittura bolognese e gli artisti della scuola d’oltre Appennino a lui precedenti e contemporanei. E’ infatti nella “Vita di Bartolomeo da Bagnocavallo e d’altri pittori Romagnuoli” che Vasari definisce il profilo degli artisti in attività durante il periodo del suo soggiorno a Bologna del 1539-1540, indicandoli come autori di “una maniera così pazza e strana“. Una diffidenza e una distanza artistica che Vasari traccia nettamente in questa prima fase, dettata principalmente da un approccio più accademico e contraddistinta dai canoni dalla maniera tosco-romana, piuttosto che da quella corporativista, a cui i pittori bolognesi erano ancora legati. Elemento di questo primo confronto dai toni aspri, sono le opere dei pittori come Francesco Raibolini, che con il “ritratto di Evangelista Scappi” del 1505 circa e il “ritratto di Giovanni Achillini“, anticipa l’opera di Amico Aspertini che ritrae invece nel 1515-1521 “Alessandro Achillini“. Proprio dietro questo dipinto, acquistato nel 2009 dalle Gallerie degli Uffizi, nella fase dell’allestimento curata da Marzia Faietti e Michele Grasso è emerso nel verso della tela, un parziale ritratto inedito a pietra nera e carboncino eseguito a mano dall’Aspertini, riconducibile ad un lavoro preparatorio dell’opera stessa.
L’interpretazione di Vasari dell’arte bolognese tende ad addolcirsi successivamente con la frequentazione e l’avvicinarsi all’arte del pittore Prospero Fontana, artista autonomo formatosi già nel 1539 intorno ad Innocenzo da Imola e conoscente di Girolamo da Treviso. Il rapporto di ammirazione reciproca che legherà l’arte di Vasari a quella del Fontana, porterà i due ad un intenso scambio di lavori che culminerà nella donazione da parte del pittore aretino verso l’artista bolognese, del disegno raffigurante la “Disputa di Santa Caterina d’Alessandria“, opera sulla cui base il Fontana costruirà la sua prima commissione pubblica dall’omonimo titolo, realizzata ad olio su tavola intorno al 1551. Un rapporto di ambivalenza, di dare e avere, che grazie a questa esposizione permette al visitatore di documentarsi anche attraverso le opere del Parmigianino, sullo stile della pittura toscana e di quella bolognese, qui saggiamente messe a confronto l’una a fianco dell’altra.

Testo e foto a cura di Simone Teschioni
©LeVentoNews.com

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