“Savia non fui – Dante e Sapìa fra letteratura e arte” al Museo San Pietro di Colle Val d’Elsa

In programma fino al 28 ottobre 2018 al Museo San Pietro di Colle Val d’Elsa, troviamo la mostra dedicata a Sapìa Salvani, personaggio storico ed enigmatico ricordato da Dante Alighieri nel canto XIII del Purgatorio della Divina Commedia. “Savia non fui, avvegna che Sapìa / fossi chiamata, e fui delli altrui danni / più lieta assai che di ventura mia.” Con questa terzina Dante introduce al personaggio di Sapìa, sventurata gentildonna senese nata Salvani, la cui storia viene tramandata a pochi anni dalla sua morte nella Commedia, inserendola nel testo fra le anime invidiose, poiché in vita predisse e augurò la vittoria delle truppe fiorentine di parte Guelfa, nella battaglia di Colle Val d’Elsa del 1296, contro le armate senesi sue concittadine, capitanate dal nipote Provenzan Salvani.
Come l’immagine di Pia de’ Tolomei, anche quella di Sapìa si presenta di non facile interpretazione. Costretta a causa della forte invidia provata in vita a vestire come penitenza nell’aldilà, vesti di cilicio e ad avere gli occhi cuciti con il fil di ferro, a livello iconografico questo personaggio pur non avendo goduto di larga menzione, viene ricordato nelle opere del pittore modenese Adeodato Malatesta, del francese Gustave Dorè, e nei lavori dello scultore Fulvio Corsini e di Emilio Ambron, autore di numerosi affreschi presenti nelle sale di palazzo Chigi Saracini a Siena, di cui troviamo in mostra un bozzetto su carta, 166 x 315 cm, eseguito a carboncino.

La mostra curata da Marilena Caciorgna e da Marcello Ciccuto, presidente della Società Dantesca, permette di approfondire lo studio sulla figura di Sapìa e sui luoghi che la nobildonna senese frequentò e abitò in vita, dando così “nuova fama” al personaggio, reso celebre in primis grazie all’impegno del Conte Guido Chigi Saracini, sulla cui figura commissionò un importante ciclo di studi artistici.

In occasione dell’inaugurazione dell’esposizione abbiamo avuto il piacere di intervistare Marcello Ciccuto, docente di letteratura italiana all’Università di Pisa e presidente della Società Dantesca.

La mostra gira intorno ad un personaggio dantesco di non facile interpretazione…
Si , Sapìa è un personaggio ambiguo, come tanti altri all’interno della commedia. Questo  nello specifico lo è ancora di più, proprio perchè è tormentato dalla sua antica colpa, quella dell’invidia che è il peccato dei prepotenti, di coloro che vogliono considerarsi superiori agli altri, e che quindi talvolta recitano una parte diversa dalla loro più concreta natura. Il personaggio resta ambiguo, piuttosto sfuggente ma diventa più consistente e virtuoso man mano che si prosegue nella lettura del canto, diventando un modello di comportamento al quale Dante, voleva che potessero ispirarsi anche i politici del tempo, gli uomini di potere anche indirettamente, attraverso l’immagine di questa donna che si salva con il sacrificio dei suoi peccati.

Possiamo quindi dire che la mostra permette di “rinfamare”, di dare nuova fama a questo personaggio?
Esattamente. Se vogliamo dalla lettura dei canti, possiamo leggere come un dono che Dante fa agli amici Guelfi. Anche questo fa parte della grande struttura della commedia, ovvero la possibilità di sottrarre e di concedere nei vari canti, dei pegni di grande valore.

Citando Dante possiamo dire che grazie a questa esposizione, a questa nuova immagine che abbiamo di Sapìa, la sua figura viene come affidata ad “un più lieve legno“?
Sicuramente è proprio così. E’ una speranza che lui ci concede attraverso un modello virtuoso, finalmente virtuoso, descritto in attesa di un dono celeste che tutti dovrebbero meritare, se sanno comportarsi secondo gli insegnamenti della propria religione.

Savia non fui - Dante e Sapìa 3Testo, intervista e fotografie a cura di © Simone Teschioni

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