“Toulouse-Lautrec Milano” – Intervista a Claudia Beltramo Ceppi Zevi

In occasione dell’inaugurazione della mostra “Il mondo fuggevole di Toulouse Lautrec” in programma presso il Palazzo Reale di Milano, abbiamo avuto il piacere di intervistare Claudia Beltramo Ceppi Zevi, curatrice e responsabile dell’esposizione, facendole qualche domanda riguardo l’artista francese, la sua visione del mondo e la sua possibile collocazione attuale nel mondo dell’arte moderna.

Dottoressa Zevi buongiorno, circa l’esposizione, come mai questo “fuggevole” scelto per il titolo della mostra?
Inizialmente il titolo era legato ad una traduzione del termine “Ukiyo-e”, che indica il mondo fuggevole delle case chiuse, il mondo del piacere raffigurato nelle opere di Utamaro, artista giapponese molto noto in Francia e molto noto a Lautrec. La scelta di questo aggettivo è propria nel voler sottolineare il mondo che Lautrec voleva farci vedere attraverso le sue opere, una realtà che per due terzi della sua vita in poi ha ampiamente frequentato. Quando poi abbiamo finito di costruire la mostra ci siamo resi conto partendo dalle fotografie, dai ritratti eseguiti in famiglia, arrivando poi ai manifesti di Montmartre, che il pittore ci descrive un mondo fuggevole, moderno. Un mondo che non é fatto di dipinti che si appendono nei musei, ma che è composto di manifesti che stanno sulle pareti, che si rovinano con il tempo, fuggevoli appunto.

Una modernità che però era molto in contrasto con gli ambienti dell’epoca e soprattutto con le classe sociale da cui Lautrec proveniva...
Si, diciamo che Lautrec a causa della sua disgrazia, venne un po’ tagliato fuori da quella che era la vita familiare. Suo padre poi era una figura molto “medievaleggiante”: andava a caccia, correva, usava il falcone, si travestiva da crociato. Lautrec non entra mai a far parte del mondo borghese che allora si mescolava un po’ per le vie di Montmartre, come ci descrive Proust. Lautrec rimane sempre in disparte, é un personaggio che non vivendo nel mondo aristocratico e in quello borghese, riesce a guardare a queste realtà, con una lucidità più acuta che pochi del suo tempo possiedono. È questa la chiave della sua modernità. Anche quando ci fa vedere le ragazze delle case chiuse, non ce le mostra in una posa statica come poteva essere quella usata da Manet, ma ce le mostra tutte prese nello svolgere atti di estrema quotidianità. Non mette in posa le ragazze, le ritrae mostrando tutto quello che passa senza bisogno di contorno. Un atteggiamento che influenzerà prima Picasso, poi Warhol e anche lo stesso Fellini.

Vere e proprie icone del suo tempo, personaggi e prostitute che diventano immortali grazie alle locandine e attraverso i ritratti intimi delle ragazze, sue amiche…
Possiamo dire che la vita a Montmartre in quel periodo era particolarmente mescolata. Molto spesso le ballerine vestivano il ruolo di amiche e allo stesso tempo anche di semplici prostitute. Su Lautrec sappiamo poi che decise di andare a vivere per un determinato periodo, in una di queste case chiuse, dove mangiava e viveva insieme alle ragazze. A testimonianza di questa convivenza sono stati ritrovati anche menù di cene, che lui stesso organizzava invitando artisti e amici. Queste persone di fatto, sono le persone che hanno essenzialmente costituito la sua vita, animandola di una continua vivacità.

Secondo lei come si collocherebbe oggi Lautrec nel panorama artistico moderno?
Lautrec ha uno sguardo limpido e totalmente vero su quello che succede. Io sono dell’opinione  che tutta la serie delle case chiuse potrebbe rapportarsi per esempio alla fotografia. Se noi pensiamo a Diane Arbus o a una Cindy Sherman, troviamo molti punti in comune. In questo mondo in cui è tipico definire i personaggi in modo negativo, Lautrec penso si rapporterebbe all’arte moderna, con un profondo senso di contrasto. Molti punti in comune si potrebbero poi trovare anche con la pellicola “Amarcord”. La “Clownesse assise” potrebbe essere un perfetto personaggio di un film di Fellini.

Intervista e fotografie a cura di ©Simone Teschioni

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