Palazzo Strozzi – Il Cinquecento a Firenze

In programma a Palazzo Strozzi dal 21 settembre al 21 gennaio 2017, la mostra “Il Cinquecento a Firenze”, curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, mette lo spettatore fiorentino ed internazionale, davanti alla bellezza di 41 artisti, per un totale di 71 opere tra dipinti e sculture, 17 delle quali sottoposte ad importanti e recenti interventi di restauro. Opere che grazie a questa esposizione riacquistano visibilità e splendore all’interno di un percorso espositivo, incentrato sul delicato confronto, tra il sacro e il profano, proprio del panorama cinquecentesco fiorentino. La mostra, ultimo capitolo di una trilogia sul periodo artistico che vede come protagonisti la città di Firenze, il “manierismo” e la “controriforma cattolica”,  anticipata nel 2010 dalla personale su “Bronzino” e nel 2014 dall’esposizione “Pontormo e Rosso Fiorentino”, permette il dialogo tra grandi maestri della storia dell’arte come Michelangelo, Pontormo, Giorgio Vasari, Rosso Fiorentino, Bronzino, Giambologna, Santi di Tito, Bartolomeo Ammannati, Andrea del Sarto e tanti altri. Un percorso ben studiato e armonioso, che fin dalla prima sala appassiona e incuriosisce il visitatore.

Questa mostra mi interessa in modo particolare perché su questi contenuti si gioca un aspetto immagine della Chiesa non da poco.” Così interviene alla conferenza stampa di presentazione il Cardinale di Firenze, Giuseppe Betori per poi aggiungere: “questa è una mostra che verte anche sui temi dalla controriforma, parola brutta del vocabolario italiano, perché sembra rispondere all’epoca dell’oscurantismo, della repressione, della chiusura della Chiesa e invece qui possiamo vedere quanta esplosione di idee, di novità, di colori, di forme nuove quel pensiero che si contrapponeva alla nascente riforma protestante, è riuscita a produrre. Credo fortemente che questa mostra ci aiuterà a scoprire la creatività artistica del pensiero e della cultura dell’Italia e dell’Europa della controriforma, come un pensiero propositivo e capace di dare spunto a delle realtà nuove molto espressive”.

Cristina Giachi, Vicesindaco di Firenze, ci tiene a sottolineare: “una mostra che non solo rinnova l’impegno di eventi culturali di altissimo livello, che hanno ad oggetto l’identità culturale di questa città, ma che permette di mettere in luce il 500 e come in quel periodo non solo l’arte ma anche il pensiero politico era in continuo fiorire. Un secolo che è iscritto in larga parate nella nostra storia moderna e attuale e che si ripresenta oggi qui a Palazzo Strozzi”.

La parola passa poi ai due curatori dell’esposizione Antonio Natali e Carlo Falciani. Natali, ci tiene a sottolineare come la mostra si volga sempre all’educazione e sia stata da sempre un impegno costante, fino alla dedica della stessa e del catalogo al loro maestro, Carlo del Bravo. “Sono sempre stato contrario a mostre che si fondano su feticci. Questa mostra ha delle intenzioni molto chiare. Il nostro innamoramento per questa stagione possiamo comunicarlo soltanto con opere, perdonatemi la banalità dell’aggettivo, belle. La gente che non conosce questo periodo, attraverso questa mostra potrà riflettere e arricchirsi su autori come Santi di Tito, Nardini, Vincenzo Danti, oltre ai vari Pontormo, Vasari e Rosso Fiorentino.  Abbiamo voluto creare questo percorso sulla scia del pensiero delle mostre educative per un capitolo,  quello sul 500, che si mostra come viatico di un intero secolo”.

Falciani invece interviene sul linguaggio che la mostra vuole esprimere: “una cosa che abbiamo sempre cercato in questa trilogia è quello di pensare delle mostre che fossero subito comprensibili entrando nelle sale e questo ci auguriamo di averlo fatto ancora una volta. La mostra deve essere chiara, deve essere in grado si esprimersi già entrando nella prima sala e lasciandosi permeare dalle forme, che sono appunto parti di un contenuto, in questo dialogo tra arte sacra e il linguaggio del manierismo che rappresenta quest’epoca. Un’altra indicazione di questa mostra è stata quella di voler evidenziare l’umanità degli artisti, dei committenti, di questi linguaggi a discapito della magnificenza”.

La mostra si apre con un grande confronto che riempie gli occhi e lo spirito di una bellezza così forte, che subito riporta la mente alle parole di Falciani raccolte in conferenza stampa. Il “Dio Fluviale” di Michelangelo Buonarroti, opera incompiuta perché intesa solo come preparatoria a quella che sarebbe dovuta essere la serie delle divinità fluviali, messo in relazione con il “Compianto su Cristo morto” di Andrea del Sarto (1523-1524), opera di finissima lavorazione, permette di far emergere fin da subito quel contrasto tra sacro e profano che caratterizza tutte le sale dell’esposizione. Troviamo così da un lato le rappresentazioni “pagane” e dal’altro, il mistero della transustanziazione, molto annunciato nella tela di Andrea del Sarto, raffigurato in trasparenza tra il calice e il corpo del Cristo morto. La prima sala dell’esposizione dedicata ai “Maestri”, si completa infine con il “Mercurio” di Baccio Bandinelli che posto dietro l’opera di Andrea del Sarto, accentua ancora di più la compresenza del tema profano in questo clima cinquecentesco, carico di simboli e icone sacre.

All’interno della seconda sala, intitolata “Prima del 1550”, troviamo esposto un trittico ideale mai realizzato fin ora, composto dalla “Deposizione dalla croce” di Volterra del Rosso Fiorentino, dalla “Deposizione” custodita presso la chiesa di Santa Felicita del Pontormo e dal “Cristo deposto” di Bronzino. Un colpo d’occhio che attraverso la presenza in sala delle altre opere firmate da Cellini, Vasari e Salviati offre al visitatore la lettura di un linguaggio comune ben definito, che in qualche modo anticipa lo stile di quegli artisti che faranno parte dello studiolo di Francesco I.

La terza sala ci porta invece nel vivo del clima della controriforma. Il “Crocifisso” del Giambologna, custodito presso la Basilica della Santissima Annunziata ed esposto al centro della stanza, si presta al confronto con i quadri che lo circondano come chiave di lettura di quello spirito di innovazione che dopo il concilio di Trento ha animato l’ideale di rinascita voluto e messo in pratica dalla Chiesa, consacrato per mano degli artisti del tempo e nelle opere qui esposte come la “Crocifissione” di Giorgio Vasari, l’ “Immacolata Concezione” del Bronzino, la “Resurrezione” di Santi di Tito, il “Cristo e l’adultera” di Alessandro Allori e il “Compianto su Cristo morto ante” di Pietro di Candido.

Dagli “Altari della Controriforma”, passiamo alla sala dedicata ai “Ritratti” esposti nella quarta sezione della mostra, che propri dello stile fiorentino della seconda metà del 500, precedono le opere di Girolamo Macchietti, di Giovan Battista Naldini, di Jacopo Zucchi, di Santi di Tito e tanti altri, che insieme compongo la raccolta di opere scelte per dare luce a “Gli stili dello Studiolo. E oltre”. Sublimi si presentano i bronzi del Giambologna, come l’ “Allegoria del principe Francesco I de’Medici”, il “Ratto delle Sabine” custodito presso il Museo di Capodimonte e il “Mecurio”. Creazioni che contribuisco a dare lustro a quella che su progetto finale del Vasari, fu la creazione di un ambiente in cui collaborarono molti artisti, trentuno per l’esattezza fra pittori e scultori, in linea con il pensiero di Francesco I de’Medici, creando così un esempio vivo dell’arte fiorentina del tardo Cinquecento.

Allegorie e miti” è il titolo dedicato alla sala che ospita invece quasi a specchio, gli artisti che avendo incarnato lo spirito religioso della Controriforma cattolica, si sono anche dedicati in parallelo alla creazione di opere allegoriche. Un uso quasi scientifico dell’immagine mitologica, una riscoperta del mito e del significato della leggenda, che propria di circoli intellettuali, delle Accademie e degli stessi artisti dello Studiolo, ha consentito la nascita di un repertorio artistico ricco di sensualità, ispirato al mondo della letteratura.

La mostra si chiude infine con la sezione intitolata “Avvio al Seicento” che vede protagoniste le opere ispirate ai lavori che hanno segnato il secolo precedente, ma che nel loro affermarsi, portano con sé anche nuove espressività sulla scia delle avanguardie romane e bolognesi, come si può notare nel “Martirio di san Giacomo e Josia” del Cigoli o nella scultura di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, di cui troviamo qui esposta l’opera in marmo “San Martino che divide il mantello col povero”.

Testo e foto a cura di ©Simone Teschioni

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