Wired Next Fest 2017 – Intervista a Tommaso Paradiso dei “Thegiornalisti”

In occasione del Wired Next Fest 2017 di Firenze, per i lettori di “LeVentoNews.com” abbiamo avuto il piacere di intervistare Tommaso Paradiso, cantante e frontman del gruppo “Thegiornalisti”, prima del suo intervento di chiusura del Festival, che lo ha visto protagonista in musica sul palco allestito presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Una chiacchierata spontanea e divertente, anticipata da qualche commento calcistico post turno delle 15:00 della “Serie A Tim” e sulla sua Lazio, reduce dalla vittoria per 6 a 1 contro il Sassuolo. Un’intervista in cui Tommaso si racconta ai nostri microfoni partendo dagli esordi del gruppo, alla collaborazione con Fabri Fibra nel brano “Pamplona”, per arrivare infine a come il concetto di “confine”, tema del Wired Next Fest 2017, incida nel suo modo di fare musica.

Da “Vol. 1” a “Completamente sold out”, un percorso che vi ha visto arrivare veramente in alto in questo progetto dei “Thegiornalisti”. Come nasce la vostra voglia di  raccontarvi e di fare musica?
Devo confessarti che un po’ odio la parola progetto, soprattutto quando viene usata in musica. Molte volte di dice il progetto di qua, il progetto di là, in realtà il nostro non è un progetto. La musica per noi è puramente musica. Insieme ai miei compagni di viaggio Marco Musella e Marco Primavera, abbiamo condiviso situazioni e storie di vita per cui abbiamo deciso di scrivere canzoni per raccontarle. La musica è per noi lo strumento con cui siamo più in confidenza attraverso cui raccontiamo le nostre realtà, non un fine. Una realtà che dal 2009 ufficialmente ci accomuna e ci permette di mostrare noi stessi.

Si dice spesso che la gente porti con sé uno scheletro nell’armadio. Da un punto di vista musicale, qual’ è il tuo strumento nascosto che non hai mai avuto il coraggio di suonare?
Guarda bene o male, anzi più male che bene, li suono un po’ tutti. Ai ragazzi che mi chiedono spesso consigli su come approcciarsi alla musica, dico sempre che l’importante è ovviamente avere base generale della mondo musicale, ma poi una volta consolidata di non fermarsi a quella, ma di studiare e riuscire ad andare sempre oltre. Importantissimo per me è poi il tocco, l’approccio che si ha con uno strumento. In realtà nessuno potrà mai diventare il miglior batterista del mondo, è impossibile, perché un domani arriverà sempre qualcuno che sarà migliore di te, così come nel voler essere bassista, pianista o chitarrista. Bisogna riuscire a trovare il proprio tocco personale e puntare tutto su quello, il che a volte può essere fantastico, ma anche eccessivamente deleterio. Diciamo che l’autocritica in questo, a volte può aiutare.

Parliamo del “confine”, tema di qusto Wired Next Fest 2017 per cui siamo qua oggi. Quanto i confini influiscono nelle vostre canzoni?
In realtà i confini influiscono relativamente, perché sia io che gli altri ragazzi siamo dell’idea che non esistano confini, territoriali e di qualsiasi altro genere. Oggi si parla tanto del “Ius soli”, a riguardo penso che la gente debba riprogrammare un attimo la mente. Siamo da sempre il risultato di flussi migratori, o grandi migrazioni in generale. Le persone pensano che l’Italia sia qualcosa che gli appartenga come un oggetto, così come l’Europa. Siamo abituati a dare dei nomi a delle zone geografiche, ma in realtà non ci rendiamo conto che abitiamo un pianeta in cui siamo solo ospiti. Non è che Roma perché io sono un cittadino romano, mi appartiene e tutti gli altri ne devono restare fuori. Io sono nato qui, ma sono solo frutto di tantissime unioni di persone, che essendo andate ad abitare in un posto, si sono a loro volta incontrate con altrettante persone, dando insieme un contributo comune per creare un qualcosa di bello. Nessuno è proprietario di questo pianeta. Posso anche arrivare a comprarmi una casa o un terreno a Firenze, così come a Roma o ogni altra parte del mondo, ma questo non mi legittima prendendola alla larga, a sentirmi nella posizione di poter decidere per gli altri.

Nel tuo percorso musicale, il brano che più ti rappresenta ?
Fortunatamente scrivendo canzoni, più che un singolo brano posso dire che ci sono album interi che mi rappresentano. In un disco per me tutti i brani  contribuiscono a formare una storia. Io sono tante storie, non posso scegliere una canzone che mi rappresenta di più, perché un giorno posso esserne una e quello dopo un’altra. Cerco attraverso un disco di raccontare il più possibile di far emergere tante facce, tante espressioni, emozioni.

Quindi fondamentalmente è un continuo, un flusso in crescendo?
Si, anche se è più che un continuo, è un unione di tante facce, di tante storie.

Cosa puoi dirci sul brano “Pamplona” e della collaborazione con Fabri Fibra ?
Guarda sulla collaborazione ti posso dire molto poco, nel senso che è stato un qualcosa che è nato completamente sul momento. Fabri ha messo queste strofe e io ho contribuito cantando il ritornello. Alla fine è venuto fuori un brano interessante che ho cantato volentieri. La nostra amicizia è nata solo dopo questa canzone. Si è creato tra noi un vero feeling, un bel rapporto fino a confidarci realtà e situazioni molto pesanti, ma anche molto belle. Ci siamo raccontati un più o meno tutta la nostra vita, abbiamo condiviso tantissime cose, emozioni belle, brutte, insomma è stato un legame che per come è nato è andato consolidandosi nel tempo.

Un consiglio che dai alle nuove generazioni che si affacciano al mondo della musica?
Per quel che mi riguarda, posso dire che ci sono tanti modi per avvicinarsi al mondo della musica specie ai giorni nostri. Il primo che mi viene in mente è per esempio diventare dei grandissimi studiosi di uno strumento, o dell’armonia, o del solfeggio, ricercando un approccio didattico diventando perché no, un domani maestro di Conservatorio. Oppure si può provare la strada cantautorale che è quella che un po’ facciamo tutti. Scrivere canzoni, che poi siano rock, pop, punk ecc. Consigli pratici poi che darei sono: A) di essere originali e B) di essere molto critici con sé stessi. Quando ascoltiamo una canzone e pensiamo di aver fatto il miracolo, dobbiamo essere molto autocritici, cercando di farla ascoltare a più persone possibili. Ricevere la maggior quantità possibile di giudizi positivi o negativi, aiuta tantissimo. Senza autocritica, siamo tutti buoni a mettere contenuti su YouTube e internet, ma se poi non valgono niente, che cazzo di senso ha?

Tornando a parlare di confini, in campo musicale, come reputi gli addetti ai lavori che etichettano canzoni e gruppi, confinandoli al primo ascolto, verso generi musicali predefiniti e non permettendo loro di esprimersi a pieno nel tempo?
Ovviamente un giornalista musicale e un critico musicale possono dire tutto ciò che vogliono su qualsiasi canzone, su qualsiasi audio che gli viene portato all’ascolto. C’è però una grande differenza sostanziale tra chi ascolta e chi invece confina tutto a un semplice giudizio. Questa differenza per me si chiama emozione. Ogni tanto i critici dovrebbero disinteressarsi del peso del loro giudizio e ragionare un po’ di più con la pancia. Viviamo in un’epoca in cui ognuno  è libero di dire la sua e proprio per questo ci si dovrebbe un attimo lasciare andare maggiormente verso le sensazioni, le emozioni e il feeling che si prova quando si ascolta un brano nuovo. Le famose sensazioni da prima volta, senza ricollegare per forza quella canzone a qualcosa di già vissuto. Sarebbe un po’ come tornare a quella tranquillità che si viveva prima dell’arrivo dei social network.

Un’ ultima domanda. Hai avuto un po’ modo di vedere Firenze prima di venire qui al Festival?
Si, tantissime volte anche in altre occasioni.

Cosa ti piace di più di questa città?
Vivendo a Roma, ho sviluppato col tempo un problema che riguarda in generale un po’ tutte le città d’arte: i turisti. Sono piene zeppe di turisti, ottimo per il pil della città, ma forse un po’ meno per chi ci vive. Devo dire che rispetto al caos, preferisco la quiete. Mi piace il centro di Firenze, però amo di più andare in giro per le colline toscane. Diciamo che è più probabile trovarmi in città a camminare il 15 agosto quando anche Roma e Milano sono deserte, che per Natale o feste varie. Per me è proprio quando le città sono semi deserte che riesci a godertele davvero e ad apprezzarle fino in fondo.

Testo, intervista e foto a cura di ©Simone Teschioni

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