Percorsi ad Arte: “L’esperienza romana firmata Caravaggio”- Musei Vaticani e Chiesa di Sant’Agostino

Il nostro percorso ad arte che lega grazie a un sottile “fil rouge”, la città di Roma con l’artista Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, vede in questa sua quinta e penultima puntata, la descrizione di due opere molto significative riconducibili al periodo della produzione romana dell’artista lombardo, la “Deposizione” e la “Madonna dei Pellegrini”, quest’ultima conosciuta anche con il nome di “Madonna di Loreto”. Questi due dipinti nel loro insieme trasmettono entrambi una forte carica spirituale ed emotiva, dovuta non solo ai soggetti e alla scene ritratte, ma soprattutto evocativa dei luoghi all’interno dei quali sono attentamente custoditi, ovvero la Pinacoteca Vaticana, presso i Musei Vaticani e la chiesa di Sant’Agostino situata nel rione di Sant’Eustachio.
Visitare i Musei Vaticani equivale già di per se ad una vera e propria immersione nella cultura e nell’arte, con il risultato che lo spettatore una volta ultimato il tour museale, che comprende anche la Cappella Sistina e le “Stanze di Raffaello”, dove è possibile ammirare il famoso affresco intitolato la “Scuola di Atene”, ne esce come trasformato dalla tanta bellezza che vi è custodita. Nella nostra esperienza di turisti curiosi per approfondire il discorso su Caravaggio, legato al nostro progetto editoriale, abbiamo incontrato la Dott.sa Alessandra Rodolfo, che accogliendoci presso la sala dove è collocato il quadro della “Deposizione”, si è resa disponibile nel rispondere ad alcune nostre domande sull’opera e sull’autore.

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Dott.sa Rodolfo buongiorno, cosa può dirci così d’impatto circa il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi?
Il quadro della “Deposizione” è forse una delle opere più imponenti e più classiche di tutta la produzione artistica del Caravaggio. Se guardiamo bene, al suo interno possiamo notare continui rimandi a tutta l’arte manieristica come il richiamo alla Pietà di Michelangelo esposta qui in Vaticano, riprendendo in parte le linee del corpo di Cristo. Altro dettaglio da sottolineare e spesso dibattuto è il volto di Nicodemo, per cui vi è chi sostiene che il volto ritratto sia non solo un omaggio a Michelangelo Buonarroti, ma il ritratto del grande Maestro in cui si specchia lo stesso Caravaggio. Altre scuole di pensiero sostengono invece che i lineamenti ritratti potrebbero ricordare nelle forme del volto il primo committente del Merisi, ovvero Girolamo Vittrice, oppure una nuova e ultima ipotesi ne attribuisce una somiglianza alla maschera funebre di San Filippo Neri.

Devo dire la verità, a colpo d’occhio questa figura mi riporta alla mente nei dettagli del volto e della veste, il dipinto di San Matteo e l’Angelo
In effetti se parliamo della produzione dell’opera siamo negli stessi anni. Questo dipinto infatti si colloca tra il 1602 e il 1604. La storia del quadro è molto articolata perché la cappella Vittrice viene intestata alla famiglia solo nel 1575 quando gli oratoriani prendono possesso della Chiesa in Santa Maria in Vallicella. Il Caravaggio, di fatto, arriva in questo luogo in un secondo momento, quando la chiesa venne ristrutturata alla fine del ‘500 e le cappelle cambiarono più o meno disposizione. A seguito di questa ristrutturazione venne affidato l’incarico al Merisi di dipingere un’opera che avrebbe segnato la sua produzione romana, consacrandolo di fatto come innovatore per gli standard artistici e pittorici del suo tempo. In realtà non sappiamo se la commissione del dipinto venga direttamente da un singolo committente o siano stati gli stessi Oratoriani a contattare il pittore, ma come detto più volte da Zuccari e così da Calvesi, il Merisi aveva maturato nel tempo uno stretto legame con questo ordine. Tra l’altro in questo ambiente gravitavano anche i Giustiniani e i Mattei, tutte famiglie collegate a livello di commissioni pittoriche alle opere del Merisi. L’ordine degli Oratoriani aveva un grosso controllo sulle opere che venivano realizzate per la chiesa: mettevano a disposizione degli artisti vari memoriali e appunti in pieno accordo con i committenti e a fianco di specifiche direzioni sull’esecuzione del dipinto, vagliavano attentamente anche i disegni e i bozzetti delle opere.

Secondo lei, a cosa può essersi ispirato Caravaggio nella produzione di questo dipinto?
Come si può notare dal quadro emerge un esplicito recupero delle origini della morte di Cristo, trattato specificamente negli “Annales Ecclesiatici” scritti da Cesare Baronio, che riportano in dodici volumi la storia della Chiesa dalla nascita di Cristo ai suoi primi dodici secoli di vita. Ritornano e le ritroviamo anche in questo dipinto, nell’idea dell’antro più che dell’ingresso del sepolcro, varie forme che inducono a pensare l’opera più come un seppellimento rispetto che una deposizione. Quest’opera, racchiude in se due iconografie diverse: quella della pietà con la figura di Cristo e la Madonna e quella del seppellimento con i personaggi di Nicodemo e della Maddalena.
In realtà da vari studi è emerso che la pietra su cui si sarebbe trovato il corpo di Cristo, per essere poi avvolto nel sudario e successivamente sepolto, avrebbe valenza simbolica e sarebbe intesa come pietra dell’unzione. Adesso qui si vede male, ma facendo delle indagini specifiche, laddove il quadro è più scuro si può notare che è disegnata proprio l’entrata del Santo Sepolcro, deducendo di conseguenza che quella su cui si trovano i personaggi è la rispettiva parte che lo chiuderebbe. Questo elemento ha poi una duplice valenza perché rappresenta sia la pietra dell’unzione, che la nascita della Chiesa, quindi la pietra miliare che nel dipinto viene toccata da Cristo.

Si vede anche a livello di scelta cromatica come Cristo toccando con la mano la base, richiami lo spettatore ad un messaggio di vita…
Infatti questa scelta vuol simboleggiare il corpo mistico della Chiesa, la pietra angolare che si identifica nella figura di Cristo, nell’unione tra antico e nuovo testamento. Parlando sempre di  recupero di iconografie più classiche, nella figura della Maddalena troviamo un recupero delle figure dipinte e rinvenute nella Catacomba di Santa Priscilla, percorso che possiamo definire come connesso sempre al mostrare un cristianesimo delle origini, avvenuto grazie all’ordine degli oratoriani. In più in questo dipinto, ci sono una serie di simbologie come la pianta di Tasso, che è simbolo di germoglio e resurrezione, e la foglia di Fico che seppur poco visibile è accennata alla base della pietra che chiude il sepolcro.

Sempre a livello di inquadramento temporale, la “Deposizione” è uno degli ultimi quadri eseguiti a Roma dal Caravaggio giusto?
Si, probabilmente da ciò che si evince dalle carte e dai documenti che riguardano le vicende della Cappella per la quale il dipinto era stato commissionato, si può dedurre che il quadro sia stato dipinto tra il 1602 e il 1604. Ciò che abbiamo davanti agli occhi è in realtà un’ opera molto classica. Questo fatto di Caravaggio che dipingeva così d’impulso e di getto è un mito da sfatare. Caravaggio è un pittore molto colto. Questo dipinto riprende in parte la deposizione del Petersano, suo maestro a Milano, e in parte noto somiglianze con il quadro raffigurante il seppellimento di Cristo di Raffaello Sanzio.
Anche questo disvelamento della luce e del vero è forse qui la grande novità caravaggesca. L’idea di riprendere questi personaggi antichi in una forma monumentale ci porta a capire come Caravaggio era intriso e allo stesso tempo parte dell’ambiente religioso romano, imprimendo nelle sue opere una sua meditazione religiosa, una sorta di spiritualità pauperistica. L’immagine della vergine all’interno della scena, si spiega poi nella volontà dei Filippini che volevano rappresentare i misteri del rosario nelle varie Cappelle. Nell’essere ritratta in questa apertura, con le braccia sollevate come a voler riprendere il simbolo della croce, appare allo spettatore come una figura accogliente, come se lei stessa all’interno del quadro volesse riunire tutti i presenti.

Ci sono stati interventi di restauro sul quadro nel tempo?
Anni fa il quadro è stato rifoderato e sono state fatte delle indagini per cui è emerso che il Caravaggio non eseguiva eccessive preparazioni, se non l’agire sulle forme, anticipando con qualche tratto i soggetti che poi andava a rappresentare su tela.

Salutando così la Dott.sa Rodolfo, emozionati dal suo racconto circa il dipinto del Caravaggio, da buoni pellegrini del mondo dell’arte, dai Musei Vaticani ci spostiamo nel rione di Sant’Eustachio, per parlare insieme a padre Giuseppe Rombaldoni, ex primo parroco di Sant’Agostino, del quadro del Merisi raffigurante la “Madonna dei Pellegrini”.

Madonna dei pellegrini

Padre Rombaldoni, cosa pensa lei del fatto di avere a disposizione un’opera dello spessore artistico di Caravaggio qui in chiesa?
Le persone che vengono qui sono per lo più turisti, persone che vedono e apprezzano l’opera del Caravaggio, ma che spesso non sanno nemmeno loro cosa stanno osservando. Tanti sono i commenti che si sprecano sulla bellezza, ma spesso ci troviamo di fronte ad un pubblico disattento. Se gli chiediamo che cosa significa per loro la bellezza di quest’opera, probabilmente non sanno rispondere. Per una persona come me invece Caravaggio è una finestra aperta sull’aldilà, mostrandosi anche una realtà immanente. In Quest’opera della Madonna di Loreto, il Merisi ha saputo regalarci una figura santa nelle vesti di una popolana, una figura al di fuori del tempo valida per tutte le epoche.

Questa dimensione popolare cosa evoca per lei?
Essendo marchigiano, per me la rappresentazione della “Madonna di Loreto” evoca sempre casa.

Qualche dettaglio che l’attrae particolarmente?
Sicuramente gli abiti dei pellegrini. Il fatto di notare oggi la pianta sporca dei piedi del pellegrino, non fa nessuna differenza a noi uomini disincantati del 2000 e oltre. All’epoca invece questo dettaglio era molto irriguardoso, oltre tutto dobbiamo tenere presente che i piedi di un pellegrino sono sempre necessariamente sporchi. I pantaloni rattoppati, la cuffia impolverata e anche sdrucita dell’anziana, erano elementi inusuali da rappresentare per l’epoca a cui ci riferiamo. La povertà nel quadro è sottolineata dai pellegrini che oltre ad essere vestiti di stracci sono anche anziani, quasi allo stremo delle forze. Oltretutto Maria non è glorificata su di un altare ma è affacciata allo stipite della porta di una casa, che in realtà è un tipico stipite romano, ripreso dalle botteghe dei mercati Traianei, non di lusso, ma comunque molto ricercato. Da notare poi che Maria nelle vesti non è per niente povera. Seppur ritratta nelle forme della famosa Lena, che qui nel quadro è intrisa ed evoca una sacralità davvero impareggiabile.

Continuando ad analizzare la figura della Madonna, cos’altro possiamo dire?
Analizzando la sua figura con il bambino in braccio, vediamo che partendo dal capo posato sulla spalla, le forme che la ritraggono scendono lungo una linea ideale tracciata dal braccio della vergine, per poi incrociarsi con il panno che veste il bambinello, formando un ovale. Questo è un chiaro richiamo all’iconografia bizantina nella creazione come del profilo di una mandorla sacra. Guardando sempre il quadro vediamo che Maria è vestita con due colori nitidi, la manica rossa e la parte bassa del vestito di un blu notte quasi nero. Se osserviamo bene notiamo che il braccio, avvolto dalla stoffa rossa del vestito si incontra con la parte nera, simboleggiando così la passione e la morte di Cristo. Ritornando verso l’alto si incontra invece il bianco della stoffa che avvolge il bambino, colore inteso come elemento indicativo della risurrezione. Maria e il bambinello sono iscritti in questo ovale sacro, dove il bianco si manifesta come simbolo della resurrezione. Non solo, ma Maria rispetto ai pellegrini è su uno scalino rialzato da terra. La troviamo in alto non tanto come se fosse su di un altare, ma come simbolo della trascendenza. Dall’altro lato lo spettatore si specchia invece nei pellegrini, a dimostrazione della nostra dimensione terrena.

Il bambinello che Maria ha in braccio è sproporzionatamente grosso, perché secondo lei questa scelta?
È un bambino raffigurato non più infante. Penso che Caravaggio volesse per il quadro un bambino in grado si essere raffigurato come benedicente, se fosse stato più piccolo non sarebbe stato in rado di rappresentarlo in quella veste.

Quante sono le persone che si alternano quotidianamente davanti al quadro?
Tantissime persone vengono qui da tutto il mondo per osservare questa meraviglia, anche se ad essere sincero, non saprei quantificarle l’esatto numero.

Testo a cura di ©Simone Teschioni

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