Percorsi ad Arte: “L’esperienza romana firmata Caravaggio”- Galleria Doria Pamphilj e Musei Capitolini

Nel continuare il nostro “Percorso ad Arte” firmato LeVentoNews.com legato alla città di Roma e alla scoperta dei luoghi che custodiscono le opere del Caravaggio, percorrendo le strade del centro ci addentriamo per via del Corso, fino a trovare pochi metri più avanti sulla sinistra, venendo da Piazza Venezia, l’ingresso del Palazzo Doria Pamphilj, luogo definito da molti come il trionfo dell’arte nel cuore di Roma. Le stanze di questo Palazzo, ricche di quadri e opere d’arte dal valore inestimabili e di rara bellezza, si affacciano su una corte interna da cui è possibile ammirare tutto intorno la maestosità di arcate rinascimentali, che conferiscono all’ambiente classe e una certa leggerezza architettonica.
I quadri del Merisi qui esposti sono la “Maddalena penitente” e il “Riposo durante la fuga in Egitto”, due autentici esempi che richiamano la prima produzione romana del pittore, datati entrambe intorno al 1595. All’interno della Galleria è presente anche un altro dipinto attribuito al Caravaggio, ovvero il “San Giovanni Battista”. L’opera in questione è riconoscibile anche con il nome di “Giovane con un montone” o “Caravaggio Capitolino-Pamphilj” per distinguerla dalle altre raffigurazioni che vedono il soggetto più volte ritratto, seppur in pose differenti, all’interno della sequenza artistica caravaggesca. Questo dipinto è stato più volte al centro di un lungo dibattito circa la sua attribuzione all’artista e ripetuto oggetto di studio a fronte del quale si è riusciti a definire con esattezza la sua origine e la sua collocazione nel tempo, rispetto alle altre rappresentazioni.
Ad attenderci davanti all’ingresso della Galleria Doria Pamphilj troviamo Alessandro, responsabile della biglietteria da oltre 20 anni e persona estremamente disponibile a venire incontro al nostro progetto, finalizzato a raccontare e rendere note le opere del Merisi attraverso l’esperienza delle persone che come lui, vivono il luogo che le ospita nel quotidiano.

Alessandro buongiorno dicevamo appunto di questi quadri conservati presso la Galleria, “La Maddalena penitente”, “La sosta dalla fuga in Egitto” e il “San Giovani Battista”. Ci potresti parlare brevemente di queste opere?
Si molto volentieri. Partendo dal “San Giovanni Battista” questo fra i tre è un quadro molto interessante, soprattutto per le vicende legate alla sua attribuzione al Caravaggio. Fino alla scoperta dei raggi x, noi inteso come Palazzo Doria Pamphilj, eravamo soliti sostenere che il dipinto in nostro possesso fosse l’originale. Tutto ciò si affermava contemporaneamente alla posizione dei Musei Capitolini che rivendicavano anch’essi l’autenticità della copia da loro custodita. Nel momento in cui vennero fatte le radiografie sui dipinti, vedemmo che sotto la nostra edizione non erano presenti i cosiddetti “pentimenti”, ovvero gli studi che il pittore era solito eseguire sull’opera, tracciando in una fase preliminare del dipinto i tratti dei volti e dei soggetti raffigurati. Viene da se che l’originalità sia stata accordata alla versione custodita presso i Musei Capitolini, riconoscendo però a fronte degli studi condotti sull’opera in nostro possesso, una maggior sicurezza da parte dell’artista nell’esecuzione del dipinto, identificando di fatto il quadro come una replica ufficiale del Caravaggio e non come una copia eseguita da un altro pittore.

Sulla “Maddalena penitente” e “La sosta dalla fuga in Egitto” invece?
Sono due quadri molto importanti nella produzione del Merisi, databili entrambi introno al 1595. Il primo appare quasi come una natura morta. La morte del peccato e il pentimento ripresi nella figura della Maddalena, sul cui volto se guardiamo bene notiamo una goccia o meglio una lacrima, che quasi impercettibile cade dal viso della modella ritratta, vestita con un abito tipico delle cortigiane romane del tempo. Il secondo dipinto invece, in cui la modella che si è prestata per il quadro della Maddalena, risulta essere la stessa che veste i panni della Madonna, qui riposa con in braccio il figlio, mentre San Giuseppe ascolta l’angelo che esegue al violino la melodia scritta sullo spartito. In Galleria i quadri sono non a caso esposti l’uno accanto all’altro.

Quanti visitatori conta indicativamente la Galleria in un anno?
Più o meno un totale di 100.000 visitatori l’anno, poi le persone che passano e vengo qui anche per gli eventi organizzati in parallelo come concerti ed eventi privati negli altri spazi del Palazzo, sono molte di più.

Come pensi che le persone si rapportino con i quadri e la galleria stessa?
Le persone che vengono qui rimangono spesso abbagliate dalla presenza delle opere presenti sia in riferimento ai dipinti del Caravaggio, che degli altri autori esposti. Ci troviamo pur sempre di fronte a una selezione di quadri che rappresenta una delle collezioni private più importanti d’Europa. Qui troviamo anche opere di Velasquez, di Raffaello e Tiziano. Chiaramente le tele del Caravaggio si riservano sempre una parte di pubblico molto importante. Ci sono tante persone che vengono a Roma, non solo per fare pellegrinaggi spirituali, ma per compiere un vero e proprio percorso scandito da molteplici tappe, dedicate alla ricerca delle opere del Merisi tra chiese e musei.

Se ti chiedessi di scegliere un’opera rispetto a un’altra, c’è in una di queste qui esposte, un dettaglio su cui ti piace soffermarti ogni volta che ti ci trovi davanti?
Per le persone che come me lavorano qui, che hanno girato un po’ l’Europa e visto vari musei, il rapporto con l’arte nel momento in cui ti ritrovi a viverla a stretto contatto ogni giorno, tende a essere un po’ diverso rispetto alle emozioni provate dai semplici visitatori o spettatori. Non dico che le sensazioni vissute non possano essere le stesse di un entusiasmo spontaneo e sincero come la prima volta che ci si trova davanti ad opere di questo spessore, ma semplicemente penso che con il tempo l’attenzione ai dettagli dei quadri esposti vada affievolendosi a favore di un interesse più ampio. Il rapporto con queste opere si sviluppa e cresce insieme a te e alla tua professione. L’altra sera dopo la chiusura di un evento, parlavo giusto di questo con una collega e passando davanti ai quadri del Merisi, affermavo quanto mi ritenga privilegiato a poter svolgere un lavoro così interessante. Queste sensazioni le provo anche in riferimento al Velasquez, che riflettendosi in uno specchio dalla sala in cui è esposto, sembra che l’opera ti guardi proprio nel momento in cui le passi a fianco, sentendoti come osservato, soprattutto nei primi giri di chiusura dei turni notturni. È una sensazione davvero impressionante.

Qualche curiosità sui quadri?
La cosa interessante è sicuramente il “fidecommesso” istituito da Innocenzo X che vincola il patrimonio artistico nell’alienazione delle singole opere, per cui i quadri se dovessero essere venduti, la vendita dovrebbe avvenire per la collezione intera e non per le singole opere intese come semplici unità. Se consideriamo poi che questo è il secondo palazzo storico più grande di Roma dopo il Quirinale, penso che sia nell’uno che nell’altro caso, l’alienazione totale o parziale, “fidecommesso” a parte, non sia in ogni caso propriamente semplice.

Come si può per te sensibilizzare le nuove generazioni alla bellezza e al piacere della scoperta dell’arte?
È fondamentale che il tutto nasca dalle scuole, fin dalla prima infanzia. Noi qui in Galleria Doria Pamphilj abbiamo un importante programma che prevede la possibilità di riduzioni e relativa scontistica per i gruppi e le classi accompagnate dai docenti nella visita alla collezione esposta. Se pensiamo poi che questo è un museo privato e non entità statale, credo che questa apertura e questa sensibilità volta all’educazione verso l’arte e alla bellezza, sia un qualcosa di veramente molto importante che possa in parte contribuire all’arricchimento delle nuove generazioni.

Dopo il piacevole incontro con Alessandro ci congediamo dalla Galleria Doria Pamphilj e percorrendo via del Corso nella direzione da cui eravamo giunti, torniamo verso Piazza Venezia. La strada che facciamo è molto breve seppur alquanto ricca di storie e dettagli che affiorano da ogni pietra su cui camminiamo. Salendo verso il Campidoglio troviamo ad aspettarci presso i Musei Capitolini il Dott. Sergio Guarino, responsabile dell’Ufficio della Pinacoteca Capitolina, per parlare insieme delle opere del Caravaggio della “Buona Ventura” e del “San Giovanni Battista”.

Queste due opere segnano un importante passaggio nella produzione artistica del pittore lombardo, cosa può dirci a riguardo?
Sono due opere completamente differenti, di due periodi diversi, relativi alla carriera pittorica del Caravaggio. “La buona ventura” è un opera relativamente giovanile che riflette lo stile dei suoi primi anni romani, come appare dal fatto che l’opera sia stata dipinta su di una tela già iniziata e poi rovesciata di 45 gradi sulla quale il Merisi ha operato con una nuova preparazione, inventando ex novo un altro soggetto. Non a caso “La buona ventura” è intesa come l’opera preferita dai caravaggeschi, quasi come una dichiarazione di appartenenza. Questo quadro presenta uno stile molto fluido dove sicuramente si avalla quello che poi dirà di lui Federico Zuccari quando parlerà dell’influenza nel Merisi della pittura veneziana. Un quadro da collocare nel tardo manierismo romano, con la particolarità e la consapevolezza di trovarci davanti ad un pittore non veneto, che però in quest’opera dipinge secondo uno stile propriamente veneziano. Il “San Giovanni Battista” è invece un quadro molto più maturo, molto più complesso che ci permette di capire la cultura intrinseca del pittore nella sua rielaborazione sia della scultura contemporanea, si pensi alla Fontana delle Tartarughe di Taddeo Landini, ma soprattutto alla rielaborazione pittorica nello spunto preso dal modello michelangiolesco della Sistina. In definitiva una rielaborazione iconografica, simbolica e soprattutto formale dell’arte del suo tempo.

Lei pensa che Caravaggio abbia lavorato nel corso della sua esperienza ad una produzione di più copie delle sue opere, considerando quelle riconosciute come ufficiali del San Giovanni e del San Francesco?
Non abbiamo nessun tipo di prova che non sia il pensiero di alcuni studiosi, sul fatto che il Caravaggio abbia mai replicato le proprie opere. Abbiamo invece prove concrete che il pittore sia più volte tornato sui propri soggetti come nel caso appunto dell’altra edizione della “Buona Ventura” che si trova al Louvre di Parigi. Un ripensare gli elementi che compongono l’opera in modo simile a quelli già ritratti, ma con differenze tra un soggetto e l’altro sulla base di ciò che era stato dipinto in precedenza.

Parlando dei dettagli dell’opera della “Buona Ventura”, troviamo nelle due versioni una posa diversa dei soggetti ritratti, ma in entrambe il comune destino del raggiro nella predizione della sorte da parte della zingara al nobile romano ritratto, giusto?
Ci sono degli studi su questo argomento legati al gesto della predizione della buona ventura e al dettaglio che ben nascosto nel quadro, si lega allo stereotipo della figura della zingara come persona di malaffare. Caravaggio è abile a inserirsi in questo immaginario, identificando forse troppo comunemente e troppo crudelmente in queste versioni, come il gioco dell’inganno si leghi a sua volta a quello della seduzione.

Tornando infine all’iconografia del Battista, soggetto ripreso più volte nelle opere del Caravaggio seppur rappresentato in più varianti, ci può dire qualcosa in merito prima di salutarci?
Quella del Battista è sicuramente una figura molto importante nella produzione pittorica caravaggesca. Il dipinto in questione fu commissionato al pittore dal banchiere Cirico Mattei. La ripresa postuma di questa figura fa capire come il Merisi si servisse di un personaggio, di una icona così diffusa e così rappresentata nell’arte italiana, per cambiare ogni volta lo sguardo e la sua prospettiva pittorica.

Testo e interviste a cura di © Simone Teschioni

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