Percorsi ad Arte: “L’esperienza romana firmata Caravaggio”- Santa Maria del Popolo e Collezione Odescalchi

La maggior parte delle opere del Caravaggio presenti a Roma porta con se quel senso mistico e spirituale legato al mondo cristiano, che evoca oltre alla bellezza oggettiva del quadro, anche un certo raccoglimento all’interno dei luoghi dove i dipinti sono custoditi. Questa atmosfera, come nella prima esperienza legata alla basilica di S.Luigi dei Francesi, la ritroviamo anche all’interno della chiesa di Santa Maria del Popolo. Non è un caso infatti che il nostro “percorso ad arte” crei proprio un legame tra questi due luoghi. Dopo essere passati dalla Cappella Contarelli, con cui abbiamo iniziato il nostro cammino descrivendo le opere caravaggesche del primo 1600, ci troviamo ora davanti alla Cappella Cerasi, commissionata al Merisi, grazie all’eco del successo che ha visto l’artista protagonista nella produzione dei quadri legati al ciclo di San Matteo.
La basilica di Santa Maria del Popolo, oltre a custodire i capolavori della “Crocifissione di S.Pietro” e della “Conversione di San Paolo”, porta con se una storia molto antica. La sua costruzione si deve a Papa Pasquale II che intorno al 1100 edificò l’allora primo nucleo della chiesa, sui resti di quella che si presume essere stata la tomba dell’imperatore Nerone. La leggenda narra che il luogo di culto cristiano sia volontariamente nato ai piedi del Pincio, vuoi per scaramanzia, vuoi per imprimere una netta rottura verso i culti pagani romani, che vedevano la commemorazione della morte dell’imperatore celebrarsi ogni anno in data 9 giugno. Entrando nella basilica, ci ritroviamo completamente immersi nella bellezza che adorna l’ambiente, con opere di grandi artisti dell’epoca: oltre alla Cappella Cerasi, dove troviamo come pala d’altare l’ “Assunzione della Vergine” del Carracci, è possibile ammirare la Cappella Chighi il cui progetto fu affidato a Raffaello, la “Natività” del Pinturicchio e tanti altri lavori che portano la firma di Bernini e del Sansovino. La prima persona che incontriamo nell’addentrarci a descrivere questa realtà è Giulia, guida turistica e referente per il bookshop all’interno della chiesa. Esperta di arte e molto gentile nei modi, dopo una breve chiacchierata sulle opere che danno vanto a questo luogo, ci concediamo insieme a lei uno scambio di opinioni sul Caravaggio, per poi essere indirizzati circa il nostro progetto, nella figura di Padre Amedeo Eramo, ex rettore e cappellano di Santa Maria del Popolo, attualmente in pensione.

Padre Amedeo buona sera, a livello artistico e a livello spirituale, cosa evoca per lei la figura del Caravaggio?
A livello artistico ne devo pensare solo il miglior bene possibile. Un personaggio che si è saputo distinguere dai suoi maestri, cambiando attraverso il suo genio in modo radicale, la storia dell’arte. A livello spirituale invece è molto importante vedere come le vette della bellezza e dell’arte dei quadri del Merisi, riescano a trasmettere anche un modello spirituale forte ed evocativo a chiunque vi si trovi davanti. Tanti sono i visitatori che giungono fin qui per ammirare le opere di Caravaggio, come ad esempio molte persone di cultura giapponese che normalmente non sono di confessione cristiana. Contemplando la bellezza dei quadri, e respirando l’aria propria del luogo, possiamo vedere come il messaggio del dolore di San Pietro crocifisso a testa in giù e dell’illuminazione di San Paolo che si converte alla fede, venga recepito a pieno attraverso le forme dei dipinti anche da chi, come queste persone, non abbia ricevuto insegnamenti di dottrina cattolica.

Pensa che il Caravaggio possa aver auspicato come ad un assoluzione dei suoi peccati, attraverso la realizzazione delle sue opere a sfondo religioso?
Su questo non saprei esprimermi, diciamo che attenendomi ai fatti, Caravaggio per me è sempre stato un uomo di elevata spiritualità nonostante la sua vita molto discussa. Prendiamo ad esempio la “Cena in Emmaus” custodita a Londra. Nel ritrarre il volto di Cristo, attraverso queste forme e queste espressioni, si supera di gran lunga ogni altro pittore. Facendo un paragone con il Beato Angelico, anch’egli pittore molto spirituale, Caravaggio raggiunge e riesce a far emergere molto di più, anche il dolore dinanzi al Cristo catturato, o attraverso la serenità di Pietro che va al martirio e guarda l’altare della celebrazione con estrema convinzione, come per dire “è giusto che mi immoli anche io”. Non sapendo con certezza se ci sia un nesso tra l’ espiazione dei suoi peccati e l’uso della sua arte come metodo di redenzione, possiamo invece affemare che la spiritualità dei suoi lavori arriva e penetra in maniera molto evidente nello sguardo del visitatore.

Cosa può dirci su i due quadri che si trovano all’interno della Cappella Cerasi?
I due dipinti presenti all’interno della Cappella, sono rispettivamente le seconde versioni che Caravaggio dipinse della “Crocifissione di Pietro” e della “Conversione di San Paolo”, commissionate nel 1600 da Tiberio Cerasi. Parlando dell’opera posta alla destra dell’altare, devo confessare di esserne particolarmente attratto. Reputo fantastico l’abbandono di Saulo a questa luce divina che viene dall’alto. Se vediamo bene l’apostolo alza le mani quasi come in segno di resa, ed è bellissimo notare nella scena come il cavallo, in segno di rispetto per la conversione dell’apostolo, alza addirittura la zampa per evitare di calpestarlo a seguito della caduta. È interessante ammirare come la luce nell’intero dipinto, passi appunto dal cavallo e dalla fronte dello stalliere. Rispetto a questa edizione, la prima presenta tratti più manieristici, ripresi nei costumi e nella figura di Cristo che scende dall’alto insieme all’angelo che lo sorregge. In questa versione si vede la semplicità del tratto del Merisi che seppur con pochi soggetti ritratti, evoca sensazioni forti nell’interpretare l’accaduto.

E della crocifissione di S.Pietro invece?
Anche di quest’opera come detto prima, era presente una prima versione che però in questo caso è andata perduta nel tempo. Di questo quadro mi attraggono in particolar modo i dettagli alla base della tela. Il primo su cui poso sempre l’occhio, è dato dai piedi sporchi dello scagnozzo che rimandano il pensiero al dipinto della “Madonna dei Pellegrini” custodito presso al chiesa di Sant’Agostino, dove sono stato parroco per ben 15 anni. Se ci pensiamo bene, il presentare in una chiesa nel 1600 un’opera che raffigurasse un particolare così poco elegante, mettendolo di fatto in primo piano, si può dire che sia stata da parte del Merisi una prova di grande carattere. Il secondo dettaglio che ritengo molto interessante è invece il masso che si trova in prossimità della croce, circondato tutto intorno da piccole pietre, come staccate da quella più grande. In questa figura oltre che un’allusione al nome di Pietro, “roccia su cui costruirò la mia Chiesa” come riportato dai Vangeli, vedo nei frammenti, la fragilità dell’animo umano e la paura dell’andare incontro al proprio destino. Avvicinandosi alla morte fisica, vediamo come l’incertezza provata dallo stesso Santo è ben ritratta nell’espressione del suo viso. Un quadro complesso, direi quasi psicologico.

Salutando Padre Amedeo Eramo e ringraziandolo della disponibilità, da Piazza del Popolo, percorrendo via del Corso, ci spostiamo in piazza Santi Apostoli per arrivare infine a Palazzo Odescalchi, dove ad attenderci troviamo la Principessa Nicoletta Odescalchi per parlare insieme della prima edizione della “Conversione di San Paolo”, conservata presso la propria collezione privata. Persona amabile e disponibilissima, la Principessa si è fin da subito mostrata interessata nel poter conversare insieme a noi circa il quadro e la sua storia, arricchendo così il nostro “percorso ad arte” con una testimonianza più che diretta, di vero amore verso l’opera del Merisi e il mondo dell’arte nella sua più completa accezione.

Conversione San Paolo Odescalchi

Principessa buongiorno, cosa ne pensa lei delle ragioni che animano l’idea di un rifiuto delle prime versioni dei quadri, presenti all’interno della Cappella Cerasi?
Molte sono le teorie che si alternano su questa vicenda. C’è chi sostiene che il rifiuto delle opere da parte degli eredi del Cerasi, sia da attribuirsi a una scelta stilistica, io credo invece che il motivo possa essere stato essenzialmente di natura economica. Come sappiamo Tiberio Cerasi era Tesoriere generale della Camera Apostolica e per dare importanza al suo nome, volle costruire in Santa Maria del Popolo l’omonima Cappella, dove sarebbero andati a inserirsi i quadri del Caravaggio da lui stesso commissionati al pittore. A seguito della sua morte però, nel periodo poco successivo agli inizi dei lavori, gli spazi furono ridimensionati per volontà degli eredi. Vista l’importanza delle prime edizioni dei dipinti che erano su tavola di cipresso, penso che il Caravaggio abbia colto l’occasione per presentare due nuovi lavori, in questo caso più modesti, su tela, che potessero meglio adattarsi alla nuova dimensione del luogo, voluta dagli stessi successori del Cerasi.

Un’ importante iniziativa è stata realizzata nel 2006, mettendo per la prima volta le due versioni della “Conversione di San Paolo” a confronto all’interno della basilica per cui erano stati pensati…
Esatto l’esposizione del 2006 in Santa Maria del Popolo, penso sia stata una delle cose più belle che siano state fatte per il Caravaggio. Mettere le opere vicine ha permesso di ricreare quella che poteva essere, negli occhi del visitatore, la stessa emozione che il pittore può aver provato nel 1600, nel vederli insieme, una volta completati all’interno del suo studio. Devo dire che questo progetto si è mostrato veramente ineressante. In questo modo è stata data la possibilità a chiunque si recasse presso la Cappella Cerasi di osservare le opere nel luogo per cui erano state pensate, tornando inevitabilmente con il pensiero ai tempi romani vissuti dal Merisi. Molti sono stati i visitatori che hanno potuto ammirare questa installazione, per cui abbiamo ricevuto anche i complimenti dell’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Quando lei è davanti al quadro quali sono le sensazioni e le emozioni che prova?
Beh penso sempre che questo è un quadro per cui ho lottato e che amo tanto. La scena ritratta da’ molta impressione a chiunque vi si torvi davanti. È un quadro molto dinamico, molto vivace, ora non voglio dire che sia meglio di quell’altro ma è sicuramente differente, più travolgente. L’emozione che traspare è tale da immedesimarsi a pieno nella tragedia di Saulo. La forza data dalla conversione è così d’impatto, che il protagonista stesso si copre gli occhi davanti alla luce che arriva dalla figura di Cristo sorretto dall’angelo. L’intera opera porta con se un effetto quasi reale, imminente dell’intervento del divino, come se stesse per avverarsi davanti ai nostri occhi.

Leggendo sul sito dei beni culturali, il quadro è stato in più occasioni prestato per mostre ed esposizioni…
Oltre alla Cappella Cerasi nel 2006, l’opera è stata esposta a Roma presso le scuderie del Quirinale e a Palazzo Venezia. A Milano invece è stata inserita all’interno di una mostra a Palazzo Marino, dove la sistemazione del quadro fu fatta in modo molto saggio, collocando il dipinto ad un’altezza media, più a portata di vista, in relazione al passaggio del pubblico. Ultimamente mi sono arrivate molte richieste circa future esposizioni, ma tendo sempre ad essere molto selettiva a riguardo considerando che l’opera, anche per le sue dimensioni, comporta tutta una serie di difficoltà legate al suo spostamento e al suo trasporto.

C’è un dettaglio del quadro, che l’attrae in modo particolare rispetto al suo insieme?
C’è questo raggio di luce anche sul cavallo che non tutti notano, su cui mi piace soffermarmi. Nel volto dell’animale, ci vedo molto una somiglianza nelle forme, in quello che porta in dorso la figura di Marco Aurelio. Che dire poi degli scudi dei cavalieri dietro cui uno dei due si nasconde coprendosi la testa, quasi mosso a vergogna. Come dicevo questo è un dipinto ricco di dettagli che rappresenta una scena molto dinamica, è difficile non rimanerne affascinati.

Spostandoci infine nella sala che ospita il dipinto, approfittiamo della disponibilità e della gentilezza della Principessa per porle un’ ultima domanda davanti alla meraviglia del quadro…

Come ci si rapporta in questo caso con la responsabilità e l’impegno della conservazione dell’opera?
Anche l’altro giorno sono venute degli esperti dalle Belle Arti che hanno confermato la buona salute del dipinto. Il nostro è un impegno costante nel tempo che ha visto l’opera venire restaurata una seconda volta prima dell’esposizione del 2006 di Santa Maria del Popolo. Un primo intervento era già stato eseguito nel 1967. In questa occasione fu fatto da Pigazzini un supporto stupendo che permetteva di muovere il dipinto in avanti, mostrando anche la parte posteriore dell’opera. Un lavoro raffinato e intelligente considerando che la tavola in legno ha bisogno di rimanere nel tempo, non troppo ferma nella stessa posizione. Durante questi restauri è emerso come il Caravaggio nella stesura di questo lavoro, abbia usato materiali estremamente costosi, come l’oro nella bordatura degli scudi, insieme a pigmenti fantastici per dar vita ai colori che compongono la scena. Colori che sono così tornati nuovamente a splendere nella loro veste originale.

Testo e interviste a cura di ©Simone Teschioni

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