Percorsi ad Arte: “L’Estasi di Santa Teresa D’Avila” – Il restauro

Continua l’avventura di LeVentoNews.com per le strade di Roma che ci porta a raccontare attraverso la rubrica “Percorsi ad Arte”, la scoperta di opere e artisti, chiese e musei privati, vicoli e strade ricche di storie che spesso sfuggono al nostro sguardo di spettatori distratti, non cogliendo a pieno la bellezze che ci circondano. Percorrendo la zona di Monteverde e salendo in direzione di Villa Doria-Pamphilj arriviamo fino a Porta San Pancrazio. Spostandoci di poco dalla piazzetta in cui siamo giunti, ci troviamo davanti ad un ingresso con un piccolo tabernacolo sulla destra della facciata, varcandone la soglia e camminando lungo un piccolo viale alberato, arriviamo proprio davanti all’ingresso della chiesa di San Pancrazio dove al suo interno è contenuto il dipinto di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane, raffigurante “l’Estasi di Santa Teresa D’Avila”. Questo quadro datato 1615 è la prima rappresentazione iconografica che ritrae la Santa, alla quale probabilmente si ispirò lo stesso Bernini per la sua celebre opera attualmente custodita presso la chiesa di Santa Maria delle Vittoria a Roma.
L’opera è attualmente in fase di restauro sotto la guida e la cura della Dott.sa Giulia Ghia, restauratrice e storica dell’arte, con cui in occasione di un evento di raccolta fondi organizzato da “Verderame – Progetto Cultura”, approfittiamo per fare una breve conversazione circa l’opera, la sua storia e lo sviluppo di questo importante progetto di restauro.

San Pancrazio Restauro Santa Teresa 3
Dottoressa Ghia, cosa ci può dire circa il dipinto e la sua commissione….
Quest’opera realizzata da Palma il Giovane nel 1615, di cui è presente la firma sul basamento dell’altare, nasce a cavallo tra la beatificazione di Santa Teresa d’Avila che avviene intorno al 1610 e la sua canonizzazione che è datata 1622. A seguito di questo evento i Carmelitani Scalzi, ordine religioso fondato dalla stessa Santa Teresa, commissionarono al pittore veneto questo dipinto per la chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere, luogo che rappresenta nella storia, una delle prime sedi dell’ordine. Ora, le ragioni del perché sia stato scelto un pittore veneto nonostante la sua permanenza a Roma sia durata solo quattro anni dal 1584 al 1588, non è molto chiaro. Le origini della commissione, datate 1610 vanno ad inserirsi esattamente tra i due Giubilei quello del 1600 e quello del 1625, che attestano nella capitale la bellezza di oltre 3000 artisti, come si evince dagli “Stati delle Anime”, ovvero i libri parrocchiali su cui venivano annotati i nomi e i mestieri dei cittadini dell’epoca. Questa elevata presenza di artisti è legata in questo periodo a due ragioni: la prima appunto dovuta al richiamo del Giubileo e alla volontà da parte delle varie famiglie che si erano comperate una cappella, di decorarla e affrescarla proprio in funzione di mostrare la loro potenza, la seconda invece legata più semplicemente dalla presenza a Roma del Caravaggio e all’eco delle sue commissioni pubbliche. Il motivo più portante, che può avere spinto più di altri ad affidare la commissione dell’opera a Palma il Giovane, può dipendere dal fatto che il priore di Santa Maria della Scala di quel periodo potesse essere egli stesso di origini venete e quindi conoscesse a fondo questo pittore, che nell’arco della sua vita ha vantato una produzione artistica molto vasta, legata per lo più a pale d’altare per numerose chiese, avendo sposato a pieno i valori della controriforma e infine molto apprezzato in quanto allievo di Tiziano. Questo quadro eseguito interamente a Venezia, una volta completato giunse a Roma solo nel 1617 circa per essere situato nella cappella di Santa Teresa, in occasione della sua inaugurazione presso la chiesa di Trastevere.

Come accennato in precedenza, questo dipinto ritrae per la prima volta nella storia dell’arte l’estasi di Santa Teresa…
Esatto questa è la prima opera in assoluto che vede protagonista la raffiguazione dell’ Estasi di Santa Teresa d’Avila. Come riportato dalle cronache del tempo, Santa Teresa nella sua vita scrisse tantissimo, tra cui un diario in cui venivano annotati tutti i contatti mistici che lei aveva con Dio. In questo dipinto il priore, o chi per l’ordine dei Carmelitani Scalzi lo commissionò, suggerì a Palma il Giovane esattamente come avrebbe dovuto rappresentare questo momento legato all’estasi. La Santa infatti parla nei suoi scritti di essere stata trafitta nel petto dalla freccia infuocata di un angelo e che precedentemente, presa dallo spavento di quello che le stava per accadere, alzando gli occhi al cielo, vedendo il cristo non sorretto, ma che si vibrava solitario nell’aria, si rassicurò e si abbandonò all’estasi in maniera totale avvolta da un raggio di luce divino. Un elemento molto importante, che è riapparso nel quadro grazie al restauro, è il piccolo sgabello raffigurato a fianco della mano della Santa, su cui poggiato troviamo un calamaio. Probabilmente da ciò si deduce come il pittore sia stato indirizzato nel far emergere certi dettagli simbolici.

Come arriva l’opera da Trastevere fino alla chiesa di San Pancrazio e quanto hanno influito sulle sue condizioni i moti del 1848?
Dopo la sua esposizione nel 1617, questo dipinto rimase nella chiesa di Sanata Maria della Scala fino a data più o meno sconosciuta. L’archivio presente qui a San Pancrazio fu distrutto nel 1848, quindi è pressoché impossibile risalire ad una data certa dello spostamento. Probabilmente nell’archivio della prima chiesa di Trastevere, che però attualmente non è in condizioni di essere ispezionato, è presente il documento che attesta con esattezza lo spostamento del dipinto nella cappella laterale a sinistra dell’altare maggiore qui al Gianicolo, ma riuscire a reperirlo è  esattamente come cercare un ago in un pagliaio. Si presume indicativamente che l’opera si sia spostata insieme all’ordine, quando questo prese possesso degli ambienti e della chiesa di San Pancrazio. Durante i tumulti del 1848 il dipinto riportò ingenti danni, dovuti al fatto che alcuni combattimenti si svolsero proprio all’interno della chiesa. Si suppone che la tela sia stata smontata e arrotolata per essere messa in sicurezza, fino a quando la situazione si fosse stabilizzata, comportando però con questa operazione uno schiacciamento della stessa e la formazione di evidenti segni dovuti alla piegatura .

Nei primi anni del 1900 l’opera ricevette un primo restauro giusto?
Fu nel 1928 che si decise di restaurare il dipinto per la prima volta affidando il compito al restauratore Frattini, figura molto attiva nell’ambiente delle gallerie della famiglia Doria Pamphilj. Essendo l’area della chiesa di proprietà della suddetta famiglia, Frattini attesta attraverso un documento tutti i passaggi del suo restauro, descrivendo l’intensità del lavoro e di come l’opera riportava in più parti evidenti segni di danneggiamento. Si procedette così ad un restauro che influì anche in maniera piuttosto pesante sul dipinto, stuccando le parti dove mancava la pellicola pittorica e invadendo sostanzialmente l’originale in turno. Circa le aree più danneggiate si procedette proprio a ridipingere la tela, inventando persino la gamba di un putto che nella realtà non era presente.

San Pancrazio Restauro Santa Teresa 5

Circa questo nuovo restauro invece?
Il nostro lavoro è cominciato a luglio e iniziando a pulire il dipinto ci siamo subito resi conto della difficoltà che aveva incontrato il Frattini nel sistemare l’opera nel 1928, valutando così tutta una serie di componenti che da allora non erano più state toccate. Completata la pulitura, attraverso un lavoro da certosini, che dal mese di luglio ci ha proiettato fino ad ottobre, siamo arrivati al secondo passaggio che si è concentrato in un intervento a livello strutturale, nel quale abbiamo sfoderato e poi rifoderato nuovamente il dipinto, dandogli una nuova consistenza, montando infine il tutto su un nuovo telaio ligneo. La cosa particolare è che la foderatura precedente, fatta probabilmente nel 1928, presentava una tela molto fitta e pesante fatta di canapa con due cuciture in direzione verticale, che durante lo stiraggio si erano impresse sulla tela originale creando cosi una vera e propria scacchiera data dai segni delle piegature orizzontali e da quelle della nuova fodera verticale. Per risolvere questo problema abbiamo quindi eliminato la vecchia fodera, applicandone una nuova, constatando tra l’altro che l’opera nella parte di dietro si era mantenuta in ottime condizioni. Essendo una tela classica veneta, quindi sostanzialmente un telero che presenta una trama a ordito con un intreccio a spina di pesce, caratteristico di committenze di un certo pregio, abbiamo individuato nel dipinto delle cuciture di attacco indicativamente ogni metro e venti di altezza, limite che portava alla giuntura della tela successiva, su cui siamo intervenuti. È possibile vedere ancora adesso la cucitura che affiora leggermente in ogni metro e venti attraverso il segno più sottile che è a rilievo. Le restanti linee verticali presenti sono i punti in cui il dipinto è stato schiacciato dalla pellicola pittorica quando fu smontato la prima volta nel 1848 circa.

Questa tramatura così particolare ha creato problemi nell’esecuzione del restauro?
Ci siamo un po’ scervellati sulla parte che interessava le aree più grandi delle lacune, che presentavano una superficie completamente liscia data dalla nuova stuccatura, contornata da quella vibrante dell’originale realizzata appunto a spina di pesce. Per risolvere e ultimare questo passaggio, abbiamo cercato una tela o dei pezzi di questa che presentassero la stessa tipologia dell’originale, ma nei telai moderni questa lavorazione non è più utilizzata, al massimo è possibile trovarla dello spessore di un solo centimetro, dimensione a noi non sufficientemente utile. Non riuscivamo a trovare un pezzo di stoffa simile con cui imprimere questa spina di pesce sulle parti stuccate. Alla fine la soluzione è arrivata con l’uso del nastro per le serrande avvolgibili, che può essere sia di cotone che sintetico. Sono così riuscita a ritagliare e rifilare lungo i bordi il nastro, realizzando la giusta ampiezza che impressa sullo stucco, ricrea sul dipinto la forma originale della tramatura. Superato questo inconveniente, abbiamo poi dato una prima mano di vernice su cui adesso stiamo procedendo con i vari colori al ritocco. Ovviamente tutti i materiali utilizzati sono estremamente reversibili. Ricucendo a punta di pennello la maggior parte del dipinto andremo infine a dare una mano di vernice, in modo che le differenze nelle zone lucido/opaco che ancora si notano spariranno, conferendo una sorta di uniformità superficiale a tutta la tela.

In che fase del lavoro possiamo dire di trovarci adesso?
Possiamo dire di avere già passato la metà del lavoro ed essere entrati nella fase finale del restauro. Spero di riuscire a concludere il tutto entro fine aprile, per poi ricollocare il quadro nella sua cappella d’appartenenza qui a San Pancrazio. Tra l’altro per chi volesse partecipare attivamente al risanamento dell’opera è ancora attiva una raccolta fondi gestita da “LoveItaly”. Per contribuire è possibile andare sul sito https://loveitaly.org/it/prodotto/lestasi-di-santa-teresa-davila/ e seguire le istruzioni a riguardo.

Alcuni dettagli dell’opera nello specifico su cui buttare l’occhio?
Beh come non notare il libro che è visibile in primo piano sul gradino dell’altare su cui poggia. Vedendo ora il quadro in orizzontale non rende tanto l’effetto, ma messo in verticale nella sua posizione originale, sembra proprio che l’oggetto sia stato eseguito in un’ottica tridimensionale, come se stesse per cadere da un momento all’altro, facendo venire allo spettatore quasi la voglia di afferrarlo. Libro che se vediamo bene presenta una serie di ganci a chiusura fatti con un anello di cordino in pelle, tipici dell’epoca.
Un’altra curiosità emersa, è che spostando la tela dalla cappella abbiamo scoperto un affresco di cui nessuno era a conoscenza. Non essendo in buone condizioni, pensiamo che a seguito del primo restauro del 1928 fu nuovamente coperto, considerando evidentemente l’opera di nessun valore. Quando con questi lavori è nuovamente tornato sotto i nostri occhi, secondo delle riflessioni condotte dal professore Strinati è possibile ricondurre queste forme come ad una delle primissime espressioni di Pietro da Cortona a Roma, una scoperta non del tutto da sottovalutare. Attualmente non è previsto alcun lavoro di valorizzazione e studio dell’affresco, ma sicuramente coglieremo l’occasione per creare a riguardo una documentazione aggiornata, in grado di essere ripresa da chiunque voglia avanzare proposte di restauro sull’opera.

Testo e intervista a cura di ©Simone Teschioni
Foto a cura di ©Simone Teschioni

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