“L’esploratore del buio e della luce”

Bianco e Nero. E’ così che si apre il mio sguardo e il mio pensiero su Leonard Cohen. Credo che questi siano i due colori che più gli si addicano, considerando soprattutto che negli ultimi anni il cantautore canadese si è contraddistinto per uno stile musicale sempre più scarno, accompagnato da pochi virtuosismi per dare spazio a parole usate in modo estremamente accurato, senza mai cadere in esagerazioni.
Nessuno è portatore di verità sulla vita e la morte. Con il paradosso socratico “so di non sapere” e in parte con la sua formazione ebraica, Leonard Cohen ha sempre cercato durante la sua vita, purtroppo conclusasi recentemente, di usare parole e liriche sopraffine come mezzo per avvicinarsi ad una qualche forma di risposta. Cohen è stato trai cantautori popolari più teorici. Fin dall’inizio della sua carriera con gli splendidi album “Songs of Leonard Cohen”, “Songs from a Room” e “Songs of Love and Hate” forma una sorta di trilogia claustrofobica esistenzialista.
A metà anni sessanta, mentre i successi di Joan Baez e Bob Dylan con un’impronta fortemente politica la facevano da padrona, Cohen si è fin dall’inizio contraddistinto per la sua arte di soffermarsi sull’individuo, sui rapporti tra sesso e religione, tra vincenti e perdenti e tra peccato e redenzione. Forse è proprio per questo che non ha mai “goduto” della stessa notorietà di Dylan, il quale invece negli anni si è fatto più volte “traditore” per sfuggirne.
Per il sottoscritto, Leonard Cohen vale come Bob Dylan, ci sono molti punti di connessione trai due e molte differenze, ma il primo ha dalla sua un’interpretazione musicale più europea (influenze francesi) e raramente folk americana. Più volte candidato al Nobel per la letteratura ma mai vincitore, il destino di Leonard Cohen è forse quello di chi come lui, non usa parole rassicuranti o facili da comprendere oppure, di chi risulta essere “minore” al primo impatto sulle scene e apparentemente meno rivoluzionario sul piano culturale e/o musicale.

“C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”

Cohen soprattutto nei primi dischi e negli ultimi tre splendidi lavori ha scandagliato i lati più profondi dell’animo umano. Sguardo in basso, visiera del suo cappello in feltro abbassata in segno di riverenza verso la vita e tutte l’esperienze che ne derivano, basta uno stacco di ritmo e gli occhi si alzano al cielo. Luce e ombre, bianco e nero. Cohen li ha conosciuti entrambi, da metà anni settanta fino a fine anni ottanta: eccessi e problemi coniugali lo hanno sbilanciato verso una ricerca molto più spirituale probabilmente eccessiva, visto che da questa spirale si ricordano solo alcuni momenti di luce come la popolarissima “Halleluja”. Un vero inno alla vita intriso di emozione lontanissima da qualsiasi significato religioso formale.
Dal 1993 al 1999 si ritira in un monastero zen a Mount Baldy a duecento chilometri da Los Angeles, solo e lontano dal mondo. Dal suo esilio volontario, filtrano poche notizie. Tornerà negli anni duemila con nuova musica, messaggi e domande fino all’ultima grande trilogia formata da “Old Ideas”, “Popular Problems” e “You want it darker”. Quest’ultimo è considerato il vero testamento artistico di Leonard Cohen, raffigurato sulla copertina dell’album appoggiato ad una finestra sul buio. Ormai ha già varcato quella soglia, lo immagino in viaggio verso un’altra dimensione.
Musica, poesia e romanzi, Cohen ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per cercare una soluzione all’enigma irrisolvibile dell’esistenza. Consiglio ai lettori di recuperare, leggere e ascoltare le opere di questo maestro e di scoprire anche i suoi numerosi debitori, primo su tutti Nick Cave trai più grandi navigatori dell’oscurità e della redenzione del nostro tempo.

Datemi un Leonard Cohen nell’aldilà | Così posso sospirare eternamente.
(da Pennyroyal Tea – Nirvana 1993)

©Testo: Niccolò Soraggi

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