Mostre ed Esposizioni – “Sebastião Salgado… Genesi”

In mostra a Genova fino al 26 giugno, il progetto “Genesi” di Sebastião Salgado, ripercorre attraverso un’esposizione fotografica divisa in cinque sezioni, la bellezza legata alla sacralità di ambienti, specie animali e piccoli villaggi non ancora raggiunti dalla presenza invadente dell’uomo civilizzato. Questo viaggio fotografico, curato nell’esposizione da Léila Wanik Salgado, moglie del fotografo brasiliano e cofondatrice insieme al marito dell’Istituto Terra, pone al centro la tutela dell’ambiente e la salvaguardia del nostro futuro attraverso la riscoperta di ciò che spesso negativamente identifichiamo come “primitivo”. Il “primitivo” che traspare dagli scatti, alcuni dei quali veramente emozionati, induce lo spettatore ad una riscoperta interiore: gli otto anni di viaggio che hanno dato vita a “Genesi”, ci permettono così di apprezzare questo inno alla vita e alla eterogeneità della natura in tutta la sua bellezza.

“Realizzando questo progetto non ho voluto assumere l’atteggiamento né dell’antropologo, né dello scienziato, ma ho fotografato come semplice curioso per vedere prima di tutto e per mostrare poi ad altri quello che mi aveva toccato nell’intimo” (Sebastião Salgado)

La prima delle cinque sezioni che inaugura la mostra prende il nome di “Pianeta Sud”. Gli scatti che danno inizio al percorso espositivo mostrano i grandi Iceberg della Penisola antartica. Nello spostamento tra le varie isole (Isola di King George e di Deception) oltre a raccontare la meraviglia e un po’ lo stupore di trovarsi a navigare in quei luoghi dove interi blocchi di ghiaccio si alternano in mare, da quello più grande a quello più piccolo, nonostante le difficili condizioni di navigazione, molte sono le specie che Salgado riesce ad immortalare: pinguini, leoni marini, albatros, gabbiani e orche. Due in particolare sono le fotografie che catturano l’attenzione del visitatore in queste prime stanze: la prima raffigura una balena franca australe, la cui coda a filo dell’acqua (grazie all’utilizzo della tecnica fotografica del bianco e nero) contrasta con la spuma bianca di piccole onde dovute all’immersione del cetaceo, creando così una sinergia che dà vita allo scatto, come se quel movimento stesse per avvenire proprio davanti a noi. La seconda fotografia che attrae il visitatore, seppur contornata a parete da altre simili, raffigura invece una coppia di gabbiani sulle Willis Island, l’uno appoggiato sul profilo dell’altro come distesi, riposati entrambi in un abbraccio quasi umano.

La seconda serie di stanze intitolata “Santuari” pone il proprio centro sulla bio diversità di specie animali e vegetali, sempre più a rischio d’estinzione, insieme a popolazioni di tribù sconosciute fino a poco tempo fa all’uomo. A fronte dell’incontrastato lato negativo della civilizzazione, territori come le Galapagos, attualmente riserva biologica marina, il Madagascar, isole al largo della costa di Sumatra (dove sono presenti piccoli gruppi etnici) e la Nuova Guinea, si trovano sempre più a rischio di contaminazione con l’esterno, rischiando così di perdere quella tipicità quasi sacrale, che contraddistingue queste aree. In questa sezione le foto in esposizione spaziano da animali apparentemente noti come le Iguane sia di mare che di terra e la Tartaruga gigante, che conta undici sottospecie tutte in via di estinzione nelle altre isole, fino a ritrarre abitanti di villaggi della Papua Nuova Guinea durante la celebrazione di propri rituali in cui si dipingono il volto di fango e si decorano con collane e ossa di animali.

All’interno della terza sezione, “Africa”, oltre a paesaggi vulcanici ed enormi vallate (tipiche più della regione del Nilo azzurro) torna come primo soggetto ritratto, l’uomo: popolazioni rudimentali, ma anche più evolute che coltivano intere piantagioni di cereali e che nella stagione della siccità si dedicano alla pastorizia, nei territori dove il Nilo straripando, ha creato terreno adatto ai pascoli. Queste immagini si alternano a scenari lunari di deserti con dune emozionanti, merito della precisione con cui i venti ne delineano le forme creando così un panorama unico al mondo. La figura dell’uomo cede poi il passo ai veri padroni del panorama africano, gli animali: leopardi ritratti durante la caccia, mandrie di bufali coperti da nuvole rade da cui filtra una luce tenue, zebre che spostandosi corrono sollevando una polvere che quasi le nasconde, ippopotami specchiati in una pozza d’acqua, gorilla di montagna (specie rara che conta solo 800 esemplari al mondo) che accudiscono i propri piccoli, gruppi interi di elefanti, fino ad arrivare ad una coppia di leoni, ritratti nella loro più totale regalità e fierezza.
Il viaggio di questa terza sezione si conclude infine con una serie di scatti che documentano la vita dei vari gruppi etnici delle pianure del’Omo meridionale (tra Etiopia e Kenya) che si distinguono principalmente in quattro gruppi di popolazioni.

Terre ghiacciate, permafrost, tundra, vulcani e canyon sono l’oggetto principale delle fotografie che popolano la quarta sezione della mostra dedicata alle “Terre del nord”, con foto principalmente paesaggistiche che ritraggono vere e proprie aree dove le temperature sono costantemente al di sotto dello zero (Polo nord e Circolo polare artico). Molto interessanti sono le immagini che mostrano le continue distese di crateri vulcanici della regione della Kamčatka, che conta nel totale 160 vulcani di cui 29 ancora attivi. Questi scatti hanno la forza di trasportare l’osservatore verso l’immagine di un mondo pre-umano, in cui la sola natura ancora rude nelle sue forme, dava luogo e forgiava tra magma e ghiacciai lo scenario su cui si sarebbe svolta la storia dell’uomo. Di per sè decisamente inabitabile, la zona del Circolo polare artico, conta come unica popolazione i “Nenci” un popolo nomade siberiano che vive essenzialmente in piccole comunità: le foto che vedono ritratte a soggetto queste persone sono per lo più scattate all’interno delle loro tende. Sono presenti anche fotogrammi che ritraggono i “Nenci” in quello che può essere defnito una sorta di villaggio rudimentale. Le condizioni climatiche artiche nelle quali vivono sono così avverse, che non permettono altro, che una vita essenzialmente nomade. Le carovane sono il mezzo che utilizzano per spostarsi da un villaggio all’altro, specie nella stagione estiva in cui praticano il pascolo delle renne, animali a cui è legato il loro sostentamento.

Nell’ultima sezione “Amazonia e Pantanal”, Salgado ripercorre quella che è una delle zone più verdi dell’intero mondo, la foresta amazzonica, descrivendo non solo il paesaggio ma entrando in contatto anche con le piccole formazioni umane che vi abitano in varie tribù. Le immagini di questa ultima tappa, si alternano anche qui tra la natura nella sua forma più primitiva, come possiamo osservare attraverso gli imponenti “Tepuis”, descritti come montagne a cima piatta alte circa 3000 metri che svettano dalla foresta, e la figura dell’uomo non ancora colonizzato (gli Zo’E’ e gli Indios dell’alto Xingu). Questo binomio che troviamo anche nelle foto riguardanti la regione del Pantanal, zona suddivisa tra Brasile, Bolivia e Uruguay, ci permette di avere un’ulteriore visione di insieme decisamente totalizzante, specie riguardo alla fauna che abita quest’area.

Si conclude così questa esposizione, questo viaggio intorno al mondo volto alla ricerca, alla conoscenza e all’approfondimento di questa Genesi, come un delicato equilibrio da salvaguardare per la salute non solo dell’uomo, ma del pianeta stesso e di tutte le sue forme di vita.

©Simone Teschioni
©Foto: Mostra “Sebastião Salgado – Genesi” allestita a Genova presso il Palazzo Ducale

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